Un diritto alla salute riconosciuto sulla carta non basta. Conta la possibilità concreta di curarsi. È la tesi discussa nella mattina di venerdì 2 ottobre alle Giornate residenziali di politica sanitaria del Laboratorio su salute e sanità (Laboss), che si svolgono a Fiesole dall’1 al 3 ottobre [1].
L’articolo 32 della Costituzione affida la tutela della salute alla Repubblica. Già nel 1977 la Corte costituzionale definiva il malato “utente di un pubblico servizio” [2]. Personale, strutture e risorse non sono dettagli tecnici: rendono il diritto effettivo. Gli esperti di Laboss distinguono due momenti. Il primo è la raccolta delle risorse con il fisco progressivo. Il secondo è la loro trasformazione in cure.
Tra le evidenze più volte sottolineate durante i lavori di Fiesole, c’è quella di cui si discute spesso (anche se continua a non esserci accordo tra gli economisti sanitari): le risorse sono poche e distribuite in modo diseguale. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana era il 6,2% del prodotto interno lordo (Pil). La media dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) è del 7,1%. L’Italia è ultima nel G7 [3]. I medici sono 5,4 ogni mille abitanti, più della media Ocse di 3,9, ma il problema è come sono distribuiti tra territori e specialità. Gli infermieri sono 6,9 per mille, contro 9,2. Nell’assistenza di lungo periodo ci sono 1,5 addetti ogni 100 anziani, contro 5 [4].
Le conseguenze si vedono nell’accesso. Nel 2024 il 9,9% della popolazione ha rinunciato a visite o esami: circa 5,8 milioni di persone. Il 6,8% lo ha fatto per le liste d’attesa, il 5,3% per motivi economici. È salita dal 19,9% al 23,9% la quota di chi ha pagato per intero l’ultima visita specialistica [5]. Per la Corte, le prestazioni vanno garantite anche nella loro “tempistica” [6]. Se l’attesa si supera solo pagando, torna a decidere il reddito.
Lo stesso vale per i territori. Nel 2024 quasi tutte le Regioni raggiungono la sufficienza nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) [7] ma questo dato non cancella le disuguaglianze. L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) conta 544.316 ricoveri fuori Regione per scelta effettiva, per 2,38 miliardi di euro. Le destinazioni principali sono Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. In Molise quasi quattro ricoveri su dieci dei residenti avvengono fuori Regione (39,8%) [8].
Per la Corte costituzionale, il finanziamento è condizione “necessaria, ma non sufficiente” del diritto alla salute [9]. Serve anche un’organizzazione efficace e il Terzo settore può contribuire, ma non può sostituire lo Stato; peraltro, dove il welfare pubblico è debole, spesso lo è anche il non profit.
In conclusione: l’eguaglianza non riguarda solo chi paga le tasse. Riguarda anche chi riesce davvero a curarsi.
Fonti
[1] Paruzzo F. La prescrittività dell’eguaglianza nella tutela della salute: risorse, organizzazione e accesso alle cure. In: Laboss. Diritti e doveri: sanità, fisco e distribuzione. Giornate residenziali di politica sanitaria, 4ª edizione. Fiesole, 1-3 ottobre 2026.
[2] Corte costituzionale, sentenza n. 103/1977.
[3] Fondazione GIMBE (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze). Spesa sanitaria pubblica: nel 2025 l’Italia al 6,2% del PIL. 2 settembre 2026. Elaborazione su OECD Health Statistics 2026.
[4] OECD. Health at a Glance 2025. Country note: Italy. Parigi: OECD, 2025.
[5] Istat. Rapporto BES 2024. Il benessere equo e sostenibile in Italia. Roma: Istat, 2025.
[6] Corte costituzionale, sentenza n. 169/2017.
[7] Ministero della Salute. Livelli essenziali di assistenza: sintesi dei risultati del Nuovo Sistema di Garanzia 2024. 10 luglio 2026.
[8] Agenas. Mobilità sanitaria. Terzo rapporto, edizione 2025.
[9] Corte costituzionale, sentenza n. 142/2021.



