Il 16 settembre la polizia ha perquisito le abitazioni di 23 medici in nove città italiane – Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese – su disposizione della Procura di Ravenna, sequestrando telefoni e computer. Come racconta Internazionale, la gran parte delle persone coinvolte non risultava formalmente indagata al momento delle perquisizioni; fa eccezione l’infettivologo Nicola Cocco, iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla produzione di certificati falsi per impedire il rimpatrio di persone migranti irregolari.
L’inchiesta, spiega Scienza in rete, affonda le radici in un procedimento avviato a febbraio, quando la Squadra mobile perquisì il reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna: su 64 persone visitate tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano state giudicate non idonee al trattenimento in un Centro di permanenza per il rimpatrio. Otto medici finirono indagati per falso ideologico; il gip dispose l’interdizione dalla professione per tre di loro e il divieto di occuparsi di certificazioni per altri cinque, sulla base di una bozza di modulo per la valutazione di non idoneità elaborata a Ravenna e successivamente rinvenuta, secondo gli inquirenti, in altri ospedali italiani. A settembre l’ipotesi investigativa si è allargata da episodi isolati a quella di una rete organizzata su scala nazionale.
Cocco respinge l’accusa e sottolinea, come riporta Internazionale, come il documento contestato non fosse affatto riservato: era stato pubblicato dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) nell’ambito di una campagna rivolta ai sanitari, costruita su una rassegna della letteratura scientifica internazionale relativa agli effetti della detenzione amministrativa. Il punto di fondo della campagna, spiega il medico, è che un giudizio di idoneità non può prescindere dal contesto in cui la persona sarà effettivamente reclusa – un dispositivo che diversi studi internazionali, tra cui ricerche pubblicate su Lancet, definiscono esso stesso fattore patogeno.
Scienza in rete inquadra la vicenda in un conflitto ricorrente tra obblighi normativi e deontologia medica, già emerso nel 2008-2009 con il “pacchetto sicurezza” Maroni – poi ritirato dopo la mobilitazione dei medici – e nel 2024 sulla legge che equipara la maternità surrogata a reato universale. La testata richiama inoltre un precedente giudiziario simile, quello aperto dalla Procura di Catania nel 2016-2017 contro operatori umanitari accusati di favoreggiamento per i soccorsi in mare: accuse mai dimostrate, nate – secondo Internazionale – dallo stesso errore metodologico, ovvero presupporre moventi politici in assenza di interessi economici, e dallo stesso effetto di delegittimare professionisti impegnati nella tutela di un diritto fondamentale.
Sul piano scientifico, Scienza in rete cita un evidence brief pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità il 22 gennaio 2026, basato su una rassegna sistematica 2011-2025: tra le persone detenute nei centri i tassi di ansia oscillano tra il 54 e il 65 per cento e quelli di depressione tra il 68 e il 74 per cento, con un rischio di autolesionismo che cresce con la durata del trattenimento. Il quadro è aggravato da almeno tre decessi di rilievo pubblico negli ultimi anni e da dati sull’efficacia del sistema: il tasso di rimpatrio effettivo si è fermato al 10,4 per cento delle espulsioni disposte nel 2023-2024, a fronte di costi medi per posto letto vicini ai 29.000 euro annui.
Sul piano istituzionale, la questione della tutela sanitaria nei CPR è già approdata davanti ai giudici amministrativi: nell’ottobre 2025 il Consiglio di Stato ha parzialmente annullato bilanci e finanziamenti dei centri per carenze nella tutela della salute e nella prevenzione del rischio suicidario, imponendo al ministero dell’Interno – con una pronuncia confermata a luglio 2026 – un termine di sei mesi per adeguarsi.
Il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici Filippo Anelli ha difeso i colleghi coinvolti ricordando che i sanitari non sono “ausiliari delle politiche di sicurezza” ma sono tenuti a tutelare la salute delle persone indipendentemente dal luogo in cui si trovano. Una posizione condivisa dal Tavolo asilo e immigrazione – la rete che riunisce Amnesty International Italia, Asgi, Emergency, Msf e Oxfam – che a gennaio 2026 ha pubblicato un secondo rapporto di monitoraggio sulle condizioni sanitarie nei CPR, descrivendo un quadro di violazioni dei diritti legate alla detenzione amministrativa: deterioramento della salute mentale, riattivazione di traumi pregressi, difficoltà di accesso alle cure e uso diffuso di psicofarmaci. Il Tavolo asilo e immigrazione ha espresso solidarietà ai medici coinvolti nelle perquisizioni, sostenendo che i centri per il rimpatrio sono incompatibili con i principi costituzionali e con la tutela della salute.
In questo quadro si inserisce l’iniziativa di Medici senza frontiere, che ha chiesto formalmente alla Procura di Ravenna di acquisire agli atti dell’inchiesta il Giuramento di Ippocrate, a richiamo dei principi di indipendenza e responsabilità della professione medica. L’organizzazione ricorda di seguire da anni le condizioni di vita nei centri italiani e di aver contribuito, insieme alle realtà del Tavolo asilo, al rapporto sulle criticità del sistema; un impegno che si innesta – sottolinea Msf – in un lavoro di documentazione ventennale condotto anche in altri contesti, da Malta alla Grecia, dalla Libia fino a Nauru, sulle conseguenze della detenzione amministrativa per la salute fisica e mentale delle persone migranti. “Un medico deve sempre agire secondo scienza e coscienza, nell’interesse esclusivo della salute delle persone”, ha dichiarato Chiara Montaldo, infettivologa e responsabile medica di Msf, definendo i CPR “un sistema patogeno” in cui il diritto alla salute risulta sistematicamente compromesso.



