Certificati per i CPR: Fnomceo difende i medici


Un’inchiesta giudiziaria sta coinvolgendo oltre venti medici in diverse città italiane, tra cui Bari, Bologna, Firenze, Milano, Roma e Varese. La Procura di Ravenna ha disposto numerose perquisizioni, ora eseguite dalla Polizia di Stato [1].

L’indagine nasce da un fascicolo della Pm Angela Scorza. Riguarda otto medici del reparto Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna. Sono accusati di falso e di interruzione di servizio pubblico. Al centro dell’accusa ci sono 34 certificati, ritenuti falsi dagli inquirenti. Questi documenti avrebbero attestato l’inidoneità di alcuni migranti al trattenimento nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), le strutture dove vengono trattenuti gli stranieri in attesa di espulsione.

Le conseguenze per i medici coinvolti sono già arrivate. Tre professionisti hanno subito l’interdizione dalla professione per otto mesi. Agli altri è stato vietato di occuparsi in futuro di certificazioni legate ai CPR.

Di fronte a questa vicenda, la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) ha preso una posizione netta. Il presidente Filippo Anelli la ha espressa in un’intervista al giornalista Andrea Capocci, pubblicata su il manifesto il 17 settembre 2026 [2].

Anelli difende i medici coinvolti anche sul piano personale. Li descrive come professionisti giovani, capaci e interamente dediti al proprio lavoro. Denuncia una “gogna mediatica e politica” nei loro confronti.

Un ruolo che non spetta al medico

Secondo Anelli, la normativa attuale spinge il medico verso un compito che non gli appartiene. Chi visita un migrante ai fini dell’ingresso in un CPR finisce per decidere, di fatto, se quella persona debba essere trattenuta o meno. Questa è una funzione amministrativa. Non è una funzione medica.

Il codice deontologico, ricorda Anelli, pone la tutela della salute come unico obiettivo della professione. Il medico non deve occuparsi della condizione di irregolarità di un paziente. Allo stesso modo, non deve occuparsi del fatto che un paziente abbia commesso un reato. Sanzionare comportamenti spetta ad altri strumenti giuridici, non alla certificazione medica.

Anelli richiama le posizioni di numerose società scientifiche. Queste sostengono che i CPR siano luoghi ‘patogeni’. Chi vi entra rischia di ammalarsi, più che di ricevere cure. Chi ha visitato questi centri li ha descritti come strutture assimilabili a prigioni. Alcuni osservatori hanno usato perfino il termine ‘lager’. Quanto alla vigilanza sanitaria, Anelli spiega che i sanitari entrano nei CPR soprattutto su chiamata, quando emerge un problema. Se ne occupano prevalentemente i medici della continuità assistenziale, il servizio che ha sostituito la vecchia guardia medica [2].

La Fnomceo ha già promosso, a livello parlamentare, norme ed emendamenti per chiarire i confini tra la funzione medica e quella di pubblica sicurezza. Anelli riferisce che questa proposta raccoglie un consenso trasversale, condiviso a parole da diverse forze politiche. Gli emendamenti, tuttavia, non sono mai stati approvati. Anelli lancia quindi un appello ai legislatori, chiedendo di chiarire una situazione che definisce “sempre più imbarazzante”. Segnala inoltre il disagio profondo che questa ambiguità normativa sta creando tra i medici.

Interrogato sul fatto che siano soprattutto le forze politiche di destra ad attaccare i medici coinvolti, pur in presenza di un consenso bipartisan sulle proposte della Fnomceo, Anelli invita a non strumentalizzare la vicenda. Riconosce l’approssimarsi della campagna elettorale, ma mette in guardia contro un uso strumentale della vicenda per un tornaconto politico.

Il rischio per l’universalismo del servizio sanitario

Nella parte conclusiva dell’intervista, Anelli allarga lo sguardo. Mettere in discussione il diritto alla salute dei migranti, sostiene, significa colpire al cuore il principio di universalismo del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Un principio che, secondo Anelli, alla destra politica sembra andare sempre più stretto.

Anelli ricorda che l’universalismo del Ssn è già sotto pressione. Lo dimostra il dato dei sei milioni di cittadini che, in Italia, rinunciano alle cure. Per cinquant’anni, osserva, l’universalismo della salute ha rappresentato un modello di coesione sociale, in continuità con la lotta per la liberazione dal fascismo. Quei diritti, avverte, non possono restare solo sulla carta.

La mancanza di risorse, la rinuncia alle cure e le liste d’attesa sono, secondo Anelli, fattori di instabilità sociale. Per decenni il servizio sanitario universale ha contribuito a contenerli, favorendo anche un lungo periodo di pace nel paese. Oggi, conclude, il sistema “tiene ancora”, ma il carattere universale della tutela della salute è innegabilmente a rischio.

In sintesi

La vicenda giudiziaria di Ravenna intreccia due piani distinti. Da un lato, l’accertamento penale su specifiche condotte contestate a singoli medici. Dall’altro, una questione di sistema, sollevata dalla Fnomceo: la normativa sui CPR chiede al medico di svolgere un ruolo di controllo che, per la Federazione, è incompatibile con la sua funzione costituzionale e deontologica. Su questo secondo piano, la richiesta di Anelli ai legislatori resta, per ora, senza risposta.

Fonti

[1] Il caso dei certificati falsificati, Quotidiano Sanità, 16 settembre 2026.

[2] Andrea Capocci, Filippo Anelli: Nei CPR ci si ammala. E il medico fa solo il medico, il manifesto, 17 settembre 2026.