L’importanza dell’eredità di Basaglia
“La via italiana alla salute mentale sta attraversando tempi bui, dal punto di vista sanitario, culturale, organizzativo, dei diritti. Dal punto di vista scientifico osservo un ritorno egemone del paradigma biomedico focalizzato sulla pericolosità, che determina un’organizzazione dei servizi drammaticamente tesa alle prestazioni farmacologiche”, ha esordito così Giovanna Del Giudice – psichiatra e autrice del volume ‘Basaglia oggi. Un pensiero necessario’– durante la presentazione del Rapporto ‘Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati’, promosso da Caritas Italiana, in collaborazione con la Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia, di cui Del Giudice è presidente.
“In Giovanna Del Giudice abbiamo trovato consonanze e questo ci dimostra che si può costruire una rete tra contesti di origine diversa ma con lo stesso obiettivo di inclusione e sostegno delle persone fragili. La diversità di competenze diventa una ricchezza”, ha continuato Don Marco Pagniello – direttore di Caritas Italiana – durante la mattinata di presentazione del Rapporto che si è svolta a Roma.
“Il Rapporto è un lavoro richiesto dal Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza episcopale italiana, che ci ha affidato la questione del disagio mentale tra le emergenze di cui occuparci per conoscere il problema nel dettaglio. È l’inizio di un percorso di ricerca che ci dia strumenti concreti anche per fare advocacy nei luoghi istituzionali: questo studio serve a dimostrare che si può agire concretamente”, ha spiegato don Marco Pagniello.
Lo stesso Cardinale Zuppi è intervenuto alla presentazione sottolineando che: “L’attenzione della Caritas alla salute mentale è fondamentale per contenere il rischio di tornare indietro: siamo consapevoli delle difficoltà e dei cambiamenti ma dobbiamo continuare a seguire l’intuizione fondamentale di Basaglia. L’integrazione socio-sanitaria è una grossa sfida, ma la risposta da parte delle istituzioni è insufficiente. Questo Rapporto chiede responsabilità. La contaminazione dell’alleanza non è facile da mettere in pratica”.
Il lavoro sul territorio delle Caritas diocesane
Dalle testimonianze delle Caritas diocesane è emersa l’importanza di partire dalle esperienze, dalle persone e dai territori. Silvia Bagnarelli – Caritas Diocesana di Perugia – ha spiegato che “è la povertà materiale che spinge a rivolgersi ai nostri 43 centri di ascolto, ma dietro c’è qualcosa di più profondo che richiede un ascolto attento. Negli ultimi cinque anni il tema della salute mentale è stato centrale nel nostro lavoro quotidiano e, se associato alla povertà, rende più complessi i percorsi di accompagnamento che realizziamo. Il disagio psichico privo di una rete di supporto porta alla marginalità estrema e lo stigma della povertà e quello della salute mentale si sommano e si intrecciano“.
Ha rilevato un aumento della sofferenza psichica anche Cristina Soardi, della Caritas diocesana di Bergamo: “le persone più fragili faticano a raggiungere i servizi di cura per diversi motivi, la mancanza di una rete familiare, i documenti non in regola, l’assenza di residenza e l’inconsapevolezza del bisogno di cura poiché la sofferenza viene sedata con l’uso di sostanze. I servizi specialistici non sono in grado di individuare questi bisogni complessi. Parliamo di migranti con traumi, donne vittime delle dinamiche della strada e giovani entrati in Italia come minori non accompagnati, che a 18 anni devono uscire dalle comunità di accoglienza e non riescono a orientarsi. Così si crea un circolo vizioso tra povertà e sofferenza psichica, che in strada si amplifica e allontana la possibilità di accedere alle cure”.
Lo stato della salute mentale in Italia
Federica De Lauso, ricercatrice del Servizio studi e ricerche di Caritas Italiana e tra le curatrici del volume, ha precisato che il lavoro ha integrato l’analisi qualitativa, raccogliendo informazioni da focus group di alcune Caritas diocesane, con dati quantitativi. È stato fatto un confronto longitudinale tra i dati del 2024 e quelli del 2014 e si osserva un peggioramento trasversale dello stato della salute mentale in Italia, soprattutto nella fascia tra i 14 e 19 anni, tra le donne e i migranti. Il numero di persone seguite dai servizi della Caritas è aumentato del 62%, ma il dato allarmante è che sono cresciuti del 154% i disturbi psichici tra le persone prese in carico.
Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale: la multidimensionalità delle fragilità non si traduce solo nella somma di tante fatiche ma porta a un vortice di vulnerabilità che ha un effetto moltiplicatore ed è sempre più difficile uscirne. Un altro aspetto analizzato nella ricerca è la cronicità: chi soffre di un disagio psichico rimane più a lungo a carico del circuito Caritas e fa fatica a emanciparsi dal bisogno economico.
L’approccio della Caritas verso il disagio mentale mette al centro la persona attraverso l’ascolto, l’accompagnamento e i bisogni essenziali, oltre alla malattia. La salute mentale è un bene comune e per questo negli interventi, integrati e continuativi, sono centrali la famiglia e la comunità, non solo per ridurre lo stigma e la marginalità ma per diffondere la cultura della corresponsabilità.
Vera Pellegrino – ricercatrice del Servizio studi e ricerche di Caritas italiana e tra le curatrici del volume – ha sottolineato la circolarità del problema: la povertà può incidere sul disagio mentale e allo stesso tempo il disagio mentale può portare alla povertà per le difficoltà a sostenere la quotidianità. Questa relazione non è automatica ma rappresenta una percentuale di rischio. I profili di fragilità sono molteplici e complessi: dai minori a seguito delle famiglie che non conoscono il loro progetto migratorio, a donne vittime di violenza, a persone sole over 55, fino ai giovani con disagio psichico che rappresentano una grossa parte della popolazione analizzata.
Social vs istituzioni
Federica Arenare, ricercatrice nell’ambito delle tecnologie digitali, ha poi illustrato la presenza del tema salute mentale su Instagram, analizzando 1.715 post e 11.000 commenti: “La divulgazione medico-sanitaria viene fatta dai singoli professionisti della salute mentale e dai content creator, che emergono maggiormente come media a sé stanti invece delle istituzioni”. Il quadro che emerge è che si tratta di un tentativo di smontare uno stigma, ma ancora risulta sommario e superficiale in ambiente social, come se il tema fosse individuale e non al centro di un’agenda legislativa.
Servizi di prossimità in crisi
Le conclusioni affidate a Giovanna Del Giudice tracciano un quadro della situazione e delle prospettive future. Dal punto di vista organizzativo ci stiamo allontanando dai servizi a bassa soglia e di prossimità su cui la Legge 180 diceva che si deve lavorare, e questo produce sofferenza nella comunità, in cui vengono lasciate sole persone con disturbi mentali anche severi e le loro famiglie. I veri servizi di prossimità nella salute mentale sono i centri di salute mentale, che rappresentano il dispositivo organizzativo su cui si basa una salute mentale di comunità. Questi centri devono essere in relazione con tutta la rete di servizi sanitari e sociali del territorio, quindi anche con le case di comunità.
“L’orizzonte non è roseo, i dati Istat – aggiornati al gennaio 2024 e pubblicati a inizio 2026 – ci dicono che la residenzialità è aumentata complessivamente. Alle persone con sofferenza mentale sono stati riconosciuti dei diritti fondamentali che hanno permesso loro di essere protagonisti della loro vita. Esiste già una rete molto importante di servizi territoriali: bisogna valorizzarla dal punto di vista culturale, organizzativo, sanitario, scientifico e delle risorse umane; oltre a riprendere il cammino verso la deistituzionalizzazione”.
Le intenzioni del PNRR sulle case di comunità sono pregevoli – continua Del Giudice – ma ciò che si sta concretizzando sono spesso edifici vuoti non ancora riempiti di contenuti. Il grave depotenziamento delle risorse della salute in generale e della salute mentale in particolare crea problemi, poiché la forza nella salute mentale sono proprio gli operatori che però non ci sono. Bisogna ricominciare e i politici hanno la possibilità di intervenire, ma gli interventi attuali sono molto deboli, come si vede dalle risorse finanziarie. La direzione che si sta prendendo nel Paese mostra attenzione alla sicurezza attraverso una cultura securitaria e pratiche custodiali. È stato dimostrato che è possibile un modo diverso di assistere l’altro e le situazioni più complesse anche nella comunità, in un contesto di integrazione con gli altri servizi e con la comunità stessa.
I cittadini sono un valore se si lavora con loro. Non c’è bisogno né di rinchiudere né di custodire, ma bisogna principalmente curare e prendersi cura dell’altro.



