Il 28 febbraio 2026, negli Spazi Ipogei di Parma, si terrà un convegno dal titolo significativo: Pazienti protagonisti della ricerca. Organizzato dalla struttura di Ricerca clinica ed epidemiologica dell’Azienda ospedaliero – universitaria di Parma, in collaborazione con numerose associazioni di pazienti, l’evento si propone di costruire insieme – cittadini, pazienti, professionisti sanitari e ricercatori – una ricerca clinica più efficace, etica e davvero centrata sui bisogni di cura.
Il programma è denso e rappresentativo: dalla testimonianza personale di chi vive la ricerca in prima persona (La mia vita è (anche) ricerca) alle riflessioni sull’importanza dei dati dei pazienti per generare conoscenza clinicamente utile (No dati No salute); dall’accesso equo alla ricerca come diritto e non come privilegio, alla riduzione dell’asimmetria tra ricercatori e pazienti attraverso una maggiore alfabetizzazione sanitaria. La sessione conclusiva, dal titolo Ricerca partecipata, prevede un dialogo aperto con il pubblico: segnale di un approccio che vuole essere realmente bidirezionale.
Il convegno di Parma arriva in un momento in cui il coinvolgimento dei pazienti nella ricerca è formalmente richiesto dai principali programmi di finanziamento europei, ma resta spesso confinato a forme rituali di consultazione, lontane da una vera co-produzione della conoscenza scientifica. Vale la pena chiedersi: a che punto siamo? E soprattutto: cosa manca ancora per compiere un autentico cambio di prospettiva?
Dall’agenda dei ricercatori all’agenda dei pazienti
Pochi nomi incarnano con la stessa intensità la battaglia per una ricerca clinica al servizio dei pazienti quanto quello di Iain Chalmers, medico epidemiologo britannico, fondatore della Cochrane Collaboration e della James Lind Alliance (JLA). Già nel 2000, sulle pagine di The Lancet, Chalmers proponeva la creazione di una guida ai trial clinici guidata dai “consumatori” di salute: un registro elettronico in cui i pazienti potessero commentare l’importanza delle domande di ricerca, la solidità metodologica degli studi, la rilevanza degli esiti scelti e la disponibilità dei risultati per chi aveva partecipato [1]. L’obiettivo era semplice e per molti aspetti rivoluzionario: riorientare l’agenda della ricerca clinica verso i bisogni reali delle persone malate, sottraendola alle logiche commerciali e agli interessi accademici.
La James Lind Alliance, nata proprio da queste intuizioni, ha sviluppato i Priority setting partnerships (PSP): processi strutturati in cui pazienti, caregiver e clinici identificano e determinano le priorità anche sulla base delle incertezze terapeutiche che meritano risposta dalla ricerca. I risultati, documentati in una revisione sistematica pubblicata nel 2015, hanno rivelato un dato sconcertante: tra il 2007 e il 2012, i farmaci rappresentavano appena il 18% dei trattamenti identificati come prioritari dai PSP, mentre nei trial commerciali registrati nello stesso periodo quella proporzione saliva all’86% [2]. Il messaggio era inequivocabile: la ricerca accademica e soprattutto quella industriale studiano ciò che preferiscono – o che conviene loro studiare – non ciò che i pazienti e talvolta anche i clinici considerano prioritario.
Autrici e autori della revisione identificano anche le ragioni di questo scollamento: i pazienti raramente contribuiscono a definire l’agenda della ricerca; i metodi per valutare terapie non farmacologiche sono più complessi da progettare e condurre; la cultura della ricerca si è formata su modelli sperimentali pensati per i farmaci. Il cambiamento è lento, episodico, spesso circoscritto a poche realtà virtuose. Come ha osservato Stephen Holgate, presidente dello UK Respiratory Research Collaborative, solo grazie al processo della James Lind Alliance emerse che gli esercizi di respirazione erano una priorità per i pazienti con asma, un tema che i ricercatori, lasciati a sé stessi, non avrebbero probabilmente mai considerato.
I nodi irrisolti: cosa ci dice la letteratura
Se l’auspicio di Chalmers resta in larga parte disatteso, la letteratura scientifica ci aiuta a capire perché. Una scoping review pubblicata nel 2020 da Martineau, Minyaoui e Boivin su BMC Medical Ethics ha mappato sistematicamente i problemi etici associati al coinvolgimento dei pazienti nella ricerca sanitaria, analizzando 31 articoli pubblicati tra il 2007 e il 2017 [3]. Il quadro che emerge è complesso e articolato.
Gli autori hanno identificato 58 problemi etici di primo livello, raggruppati in 18 temi di secondo livello. I più ricorrenti sono: la mancanza di risorse per supportare una vera partnership con i pazienti; le difficoltà nella selezione dei partner-pazienti (spesso non rappresentativi della popolazione target, frequentemente bianchi, di classe media, con alta scolarità); la carenza di supporto istituzionale; l’assenza di una visione condivisa del ruolo del paziente nella ricerca; le forme di tokenismo – cioè un coinvolgimento meramente formale, privo di reale incidenza sulle scelte – e le barriere logistiche e pratiche che rendono difficile per i pazienti partecipare attivamente.
Particolarmente significativa è la categoria del tokenismo: il rischio, cioè, che i pazienti siano invitati al tavolo della ricerca solo per rispettare un requisito formale, senza che il loro contributo modifichi davvero le domande di ricerca, i metodi scelti o gli esiti misurati. Come sottolinea questa scoping review, fare ricerca con i pazienti – e non semplicemente su di loro – richiede un cambiamento profondo nel modo in cui le questioni etiche sono concepite: non più solo tutela del soggetto vulnerabile (etica della ricerca tradizionale), ma attenzione all’integrità scientifica del processo partecipativo, all’etica organizzativa delle istituzioni che ospitano la ricerca e all’etica relazionale che governa la qualità del legame tra ricercatori e pazienti.
Un problema spesso sottovalutato riguarda la rappresentatività: chi siede al tavolo della ricerca partecipata? Troppo spesso si tratta di pazienti già organizzati in associazioni strutturate, alfabetizzati sui temi sanitari, capaci di muoversi con disinvoltura nei contesti accademici. I pazienti più fragili, quelli con bassa scolarità, quelli appartenenti a minoranze etniche o con condizioni di salute fragili, restano sistematicamente esclusi. Paradossalmente, il coinvolgimento dei pazienti rischia così di amplificare le disuguaglianze invece di ridurle, dando voce alle voci già presenti nel dibattito culturale e ignorando quelle che avrebbero più bisogno di essere ascoltate.
Un ulteriore nodo critico, emerso dalla consultazione con i portatori di interesse condotta dagli stessi autori della scoping review, riguarda l’effetto del coinvolgimento dei pazienti sull’agenda della ricerca a livello sistemico: esiste il rischio che le patologie più comuni (cancro, diabete, malattie cardiovascolari) – quelle per cui sono più facilmente disponibili gruppi di pazienti organizzati e motivati – finiscano per monopolizzare le risorse, a scapito della ricerca su condizioni rare, croniche o socialmente stigmatizzate. E che la pressione verso risultati rapidamente trasferibili alla pratica clinica comprima gli spazi della ricerca di base, indispensabile per innovazioni future.
La via d’uscita: Open science e co-determinazione dell’agenda
Il convegno di Parma – come tutte le iniziative simili che si moltiplicano in questi anni – è un segnale positivo. Ma rischia di restare un evento isolato se non si accompagna a cambiamenti strutturali nel modo in cui la ricerca clinica è progettata, finanziata, condotta e comunicata.
La precondizione di ogni autentica partecipazione è la trasparenza. I pazienti non possono contribuire a definire l’agenda della ricerca se non sanno cosa si sta studiando, con quali metodi, su quali popolazioni, con quali risultati parziali. L’Open science – con la pre-registrazione obbligatoria dei protocolli, la condivisione pubblica dei dati grezzi, la pubblicazione sistematica anche dei risultati negativi e l’accesso aperto alle pubblicazioni – è dunque una precondizione necessaria, non una concessione facoltativa. Come già intuiva Chalmers molti anni fa, ricercatori e sponsor che desiderano coinvolgere i pazienti come partner devono essere disposti a rendere pubblici protocolli e documenti di trial. Chi non è trasparente sulle proprie attività non può rivendicare partnership genuine.
Ma la trasparenza da sola non basta. Occorre che i pazienti siano coinvolti nella fase in cui le domande di ricerca vengono formulate, non solo nella fase in cui vengono eseguiti gli studi già decisi da altri. Questo significa portare le metodologie della James Lind Alliance – o approcci analoghi – al cuore del processo di pianificazione della ricerca, non alla sua periferia. Significa che i finanziatori pubblici della ricerca – dal Ministero della salute ai programmi europei – devono richiedere e valutare la qualità della partecipazione dei pazienti alla definizione delle priorità, non limitarsi a verificarne la presenza formale.
Significa, infine, investire in quella che Martineau e i suoi colleghi chiamano etica relazionale: costruire rapporti genuini, duraturi, equi tra ricercatori e pazienti; formare entrambi al lavoro comune; compensare adeguatamente i pazienti per il tempo e le competenze che offrono; creare strutture istituzionali stabili che sostengano la partecipazione nel tempo, non solo per la durata di un singolo progetto. Il paziente protagonista della ricerca non è una figura retorica: è un interlocutore che deve poter influenzare cosa si studia, come si studia e a chi vengono comunicati i risultati.
Il titolo del convegno di Parma – Pazienti protagonisti della ricerca – contiene in sé una promessa e una sfida [4]. La promessa è quella di una ricerca finalmente allineata ai bisogni reali delle persone. La sfida è quella di trasformare un auspicio condiviso in prassi sistematiche, verificabili e sostenibili. Perché tra l’essere invitati a un tavolo e il poter decidere cosa c’è nel menù, la distanza è ancora grande.
Bibliografia
[1] Chalmers I. A guide to patient-led good controlled trials. Lancet. 2000;356:774.
[2] Crowe S, Fenton M, Hall M, Cowan K, Chalmers I. Patients’, clinicians’ and the research communities’ priorities for treatment research: there is an important mismatch. Res Involv Engagem. 2015;1:2.
[3] Martineau JT, Minyaoui A, Boivin A. Partnering with patients in healthcare research: a scoping review of ethical issues, challenges, and recommendations for practice. BMC Med Ethics. 2020;21:34.
[4] Convegno Pazienti protagonisti della ricerca. Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, 28 febbraio 2026. ricercaclinica@ao.pr.it



