Case della comunità: le parole chiave del DM 77


La riforma della sanità di prossimità prevede che entro marzo 2026 a Roma debbano essere attivate sessanta Case della comunità. Ma a che punto siamo? A distanza di pochi mesi dalla fine del Pnrr ci si interroga ancora su alcuni punti del DM 77/2022 . Ci si domanda quanti saranno i presidi, dove sorgeranno, come e dove sarà arruolato il personale che li popolerà. Proviamo a fare chiarezza a partire dalle parole chiave del decreto.

La ridondanza di termini quali comunità e territorio in relazione all’assistenza sanitaria all’interno del DM 77 sembra quasi in contraddizione con le finalità del decreto. Il documento va in direzione di un potenziamento della sanità territoriale, per avvicinarsi al cittadino, senza però inquadrare con precisione queste parole nel contesto della salute. Comunità è naturalmente il termine più ricorrente, seguito da assistenza e territorio (nelle diverse declinazioni). Da dove bisogna partire per definire questi termini, e come vanno messi in relazione?

La riforma, secondo il DM 77/2022 (in particolare gli allegati 1  e 2 , punta a ridisegnare l’assistenza di prossimità attraverso tre pilastri: Case della comunità, Ospedali di comunità e Centrali operative territoriali. A livello nazionale la realizzazione procede con ritardi e squilibri, con troppe sedi ancora “sulla carta” o che, seppure inaugurate, rischiano di sembrare “case vuote”, prive di personale numericamente adeguato e stabile.

Torniamo alle parole, per definirle nel contesto: “Io partirei appunto da chi è comunità o la costruisce quotidianamente, da chi sul territorio ci vive”. A parlare è Sara Vallerani, sociologa e ricercatrice dell’Università di Ginevra in occasione dell’incontro ‘Dalle riforme sanitarie alle case di comunità: a che punto siamo?’ che si è tenuto il 4 dicembre 2025 a Roma, presso la Biblioteca Fabrizio Giovenale. “Comincerei a guardare quello che succede sui territori, comincerei a guardare quelle realtà più o meno organizzate e soprattutto informali che ogni giorno si interrogano su cosa sia il territorio, la partecipazione, la comunità. Quelle che comprendono il modo in cui questi concetti vanno messi in relazione”. Quindi la partecipazione definisce la comunità, e struttura il territorio sul quale le comunità hanno modo di svilupparsi.

Affidandosi a queste parole, ma mantenendone i confini semantici sfumati, la riforma della medicina territoriale corre il rischio di renderle protagoniste solo sulla carta e di dare molto spazio alla retorica. “Semplifico: se l’utilizzo del concetto di comunità intende delegare una serie di cose ai cittadini, non funziona”, continua Vallerani. La parola ‘comunità’ è diventata un pilastro fondamentale per riformare la sanità di base in Italia. Tuttavia, sebbene se ne parli molto, mancano spesso regole chiare su cosa significhi davvero e su come i cittadini debbano essere coinvolti concretamente in processi partecipati. Sono diversi gli spunti di riflessione. Per esempio, lo scontro tra le regole calate dall’alto dalla politica e i movimenti dal basso, quanto le persone fanno davvero sul territorio, che forme di partecipazione reali o solo dichiarate potrebbero creare prima di riuscire a rimodellare le politiche sociali contemporanee. E il rischio che con i termini ‘comunità’ e ‘partecipazione’ si intenda piuttosto una delega dei servizi al volontariato o ai privati, invece di creare veri spazi di decisione democratica.

“Il fatto che non siano imposti e definiti dei processi può anche essere positivo se si avviano dei percorsi sui territori. Ogni territorio sarà diverso, ogni casa della comunità risponderà a esigenze diverse”.  Questa “libertà” ha i suoi lati positivi, ma alcune riflessioni fanno anche pensare alla mancanza di investimenti su dibattiti e processi partecipativi, su spazi di confronto sociale: “Perché se poi mancano gli spazi in cui le persone possono decidere, discutere, partecipare a quelle parole, chi dà il senso?”. Domanda aperta.

Il terzo distretto della Asl Roma 1

I contorni sfumati di queste parole consentono alle aziende sanitarie e ai distretti sanitari territoriali che le compongono libertà di movimento per organizzarsi in modo da declinare il modello della casa di comunità in relazione ai bisogni specifici del territorio. Il tema prioritario ora è la realizzazione delle strutture delle Case della comunità prima che il loro popolamento con il personale sanitario, o prima di qualsiasi previsione di popolamento. Il motivo è semplice: è alle strutture, non ai medici, che sono destinati i fondi del Pnrr.

“La disponibilità di spazi adeguati – per dimensioni, ambulatori e aree di servizio – contribuisce anche alla riconoscibilità della casa di comunità da parte dei cittadini. Indipendentemente dal distretto o dalla ASL di riferimento, entrare in una casa di comunità significa trovare un luogo con un’identità, in cui è chiaro dove andare e quali servizi aspettarsi. In questo senso, lo spazio fisico diventa parte integrante dell’esperienza di cura, offrendo al cittadino un punto di riferimento stabile per i propri bisogni di salute”, racconta Maria Ester De Caris, Direttrice del Terzo distretto della Asl Roma 1. “Nel distretto tre ci troviamo in una fase di accelerazione di chiusura dei lavori proprio per arrivare ad accreditare le nostre Case della comunità secondo i requisiti che ci sono stati declinati”. Qui nasceranno tre Case della comunità: via Lampedusa e via Paolo Monelli saranno case di comunità hub – h24, sette giorni su sette -, via Dina Galli sarà una spoke – sei giorni su sette, h12 -, e si aggiungeranno a quelle già inaugurate sul territorio cittadino.

La Asl Roma 1 si è organizzata per gruppi di lavoro su grandi aree tematiche individuate preliminarmente, dall’analisi dei bisogni all’integrazione sociosanitaria, guidate dai direttori e dalle direttrici dei sei distretti che la compongono. De Caris è responsabile dell’analisi epidemiologica, che si sta occupando del tessuto di ogni distretto, per costruire un modello di casa di comunità basato sulle caratteristiche dello specifico territorio. “Una volta raccolti questi dati” spiega, “potremo costruire un modello di casa di comunità che dovrà garantire in maniera omogenea alcune prestazioni di base, ma potrà avere delle specificità tipiche del tessuto di quel territorio. Ciò che può servire al terzo distretto, per le caratteristiche specifiche dei suoi residenti, può essere un dato completamente diverso dal distretto 1 o dal distretto 15”.

Secondo De Caris, per promuovere la salute in modo efficace per tutti i cittadini è essenziale identificare le diverse realtà e le forze presenti sul territorio così da attivare collaborazioni e costruire congiuntamente processi di promozione e prevenzione, superando la logica di occuparsi unicamente del malato e includere anche i bisogni del cittadino sano. Per fare ciò, il Dipartimento di Epidemiologia del SSR – Regione Lazio, ASL Roma 1 (DEP Lazio) è stato incaricato non solo di censire le strutture sanitarie tradizionali (Case della salute, presidi, medici, ecc.) e i residenti malati, ma di estendere questa mappatura per includere tutta la cittadinanza e tutte le risorse territoriali che possono contribuire alla promozione della salute. “Ebbene ce l’hanno fatta”, continua De Caris, “hanno cominciato ovviamente dal terzo distretto […] poi faranno anche gli altri”. La ricognizione coinvolge anche attori come le farmacie, già impegnate in attività quali la misurazione della pressione arteriosa e della glicemia, oltre all’organizzazione di giornate di prevenzione. L’obiettivo è mettere in rete queste realtà con il terzo settore, il mondo dell’associazionismo, le case di riposo, le comunità alloggio, le comunità terapeutiche e le esperienze di co-housing, includendo anche i soggetti privati convenzionati, per costruire un fronte comune a tutela della salute della comunità.

A che punto siamo?

Il Pnrr impone al Lazio, come a tutte le Regioni, una scadenza precisa: entro il 31 marzo 2026 dovranno essere operative tutte le Case della comunità previste. La sfida non è soltanto infrastrutturale, ma politica e organizzativa. Il Ministero della Salute resta il garante della cornice nazionale, chiamato a coordinare le Regioni e a rispettare gli impegni con Bruxelles, mentre a livello locale pesa la capacità delle amministrazioni di trasformare i nuovi spazi in presidi realmente utili ai cittadini.

Ultimata questa mappatura, le Case della comunità hanno una doppia sfida: rispettare i tempi del Pnrr e trasformare i nuovi spazi in luoghi realmente utili, operativi e radicati nei quartieri. Il più recente rapporto Agenas, con dati aggiornati a giugno 2025, certifica le difficoltà di attuazione della sanità territoriale finanziata con i fondi del Pnrr: nel documento si legge che le Case della comunità pienamente operative e conformi agli standard previsti a livello nazionale – presenza medica h24, infermieri di comunità, diagnostica di base e integrazione con i servizi sociali – sono soltanto 46, il 3% del totale programmato entro la chiusura dei lavori. Secondo il Report sullo stato di attuazione dei progetti per l’assistenza sanitaria territoriale, aggiornato a ottobre 2025, elaborato dall’Area Stato Sociale della CGIL, risultano completate solo 72 strutture (pari al 5,1% del totale).

Come sottolineato dal Post, le Case della comunità rischiano di rimanere “scatole vuote” se non si interviene su due fronti: il reclutamento e la stabilizzazione delle figure sanitarie, e la costruzione di un rapporto reale con i territori. Delle dieci strutture inaugurate a Roma alcune sono già aperte al pubblico e funzionanti. Altre sono ancora in attesa di operatori e permessi, come denunciato da Fanpage.

La sfida del radicamento e del personale

Il Report della CGIL si sofferma anche sul nodo del personale. Per il corretto funzionamento delle Case della comunità occorrerebbero almeno 28 mila unità tra infermieri, operatori sociosanitari, assistenti sociali e altre figure professionali, senza contare i medici. In particolare, con 1.412 Case della comunità finanziate si stima la necessità di un numero di infermieri compreso tra 9.884 e 15.532, 1.412 assistenti sociali e un numero variabile tra 7.060 e 11.296 per le unità di personale di supporto socio sanitario e amministrativo.

De Caris è ottimista anche sul popolamento: “Il DM 77 definisce in modo chiaro anche i requisiti relativi al fabbisogno di risorse. La Regione Lazio, insieme a tutte le ASL, sta portando avanti un lavoro ampio, complesso e puntuale, finalizzato a garantire il rispetto dei criteri necessari per il riconoscimento delle strutture come case di comunità”. Un punto di partenza, dunque, esiste: il territorio dispone di risorse e di personale. La sfida è adottare un diverso modello organizzativo, partendo da una base definita di professionisti e di tempo dedicato, per verificarne l’adeguatezza rispetto alle case di comunità che si stanno progettando, sia hub sia spoke. Laddove necessario, il fabbisogno aggiuntivo potrà essere richiesto alla Regione.

Sul piano nazionale, il tema si intreccia con i vincoli di spesa del personale sanitario e il dibattito ancora aperto sulle borse di medicina generale e i contratti di formazione specialistica. Il tetto rigido sulla spesa del personale è un vincolo che non c’è su altre voci di bilancio. Ma, dal momento che di personale per le case di comunità c’è bisogno e la spesa per il personale assunto non può aumentare, per far funzionare il sistema si rischia di ricorrere, attraverso la voce ’acquisizione di beni e servizi’, al lavoro dei precari, favorendo così dinamiche di esternalizzazione non sempre correlate a valutazioni di appropriatezza organizzativa. Per quanto riguarda la Casa della comunità questo è un tema centrale: la decisione non sarà politica (comunque è una conseguenza di una scelta politica) ma sarà una inevitabile conseguenza del fatto che il Pnrr ha finanziato le strutture, non il personale.

Come anticipava De Caris, il personale sarà quindi riallocato dai servizi esistenti alle Case della comunità nel momento in cui l’organizzazione sarà definitiva. Lo scenario da evitare non è la totalità della casa di comunità affidata a una cooperativa, ma frammenti di servizio, prestazioni erogate a ore: il rischio principale è la mancanza di continuità, l’indebolimento del lavoro di cura a contatto con i bisogni della popolazione. Se l’obiettivo è diventare riferimento per comunità consolidate, con storie e vissuti complessi, lavorare con il territorio richiede sedimentazione di conoscenze e competenze, e il lavoro di “comunità” richiede stabilità e continuità. Senza un investimento strutturale e duraturo, il rischio è che l’infrastruttura resti priva delle risorse umane necessarie a garantire i servizi previsti di medicina generale, infermieristica, supporto psicologico e sociale.

Il divario tra programmazione e realtà rischia di essere sempre più evidente. Servirà radicare le Case nei territori, rafforzare il personale e rispondere concretamente alle fragilità sociali che caratterizzano soprattutto i quartieri periferici.