Infarto miocardico senza preavviso: un’emergenza sottotraccia


Ogni anno oltre 20 milioni di persone nel mondo muoiono per malattie cardiovascolari. La causa di questi decessi è rappresentata per una quota significativa dal primo infarto miocardico acuto (IMA), evento spesso improvviso che può manifestarsi senza segnali premonitori evidenti. Uno studio recente pubblicato sull’European Heart Journal nel 2025 — probabilmente il più ampio del suo genere — ha analizzato oltre 4,6 milioni di casi di primo infarto negli Stati Uniti tra il 2017 e il 2022, evidenziando l’insuccesso dei meccanismi di prevenzione statunitensi messi a punto in questo campo.

La ricerca, basata sulla piattaforma Clarivate Real-World Data, che aggrega cartelle cliniche elettroniche, rimborsi medici e prescrizioni farmaceutiche, ha incluso soggetti di età pari o superiore a 18 anni, identificando il primo infarto attraverso i codici ICD-10.

Un infarto su due arriva senza sintomi

I dati che emergono dall’indagine sono preoccupanti: nel 50,5% dei casi, l’infarto si è verificato senza sintomi documentati nei sei mesi precedenti. Inoltre, quasi un paziente su cinque (18%) non aveva alcun fattore di rischio cardiovascolare standard registrato, i cosiddetti SMuRFs (Standard Modifiable Risk Factors) — come ipertensione, dislipidemia, diabete, fumo o obesità. Anche tra coloro che avevano sintomi o fattori di rischio noti, il 63,4% non era in terapia preventiva.

L’analisi stratificata per età e genere rivela alcune criticità: gli uomini e i pazienti sotto i 60 anni sono i più sottodiagnosticati e meno seguiti. Questi gruppi mostrano meno sintomi premonitori, minore frequenza di visite mediche e ricevono meno prescrizioni di farmaci preventivi rispetto alle donne e agli over 60. Al contrario, le donne tendono a essere più anziane al momento dell’infarto, mostrano una maggiore incidenza di sintomi e usufruiscono con più frequenza di visite con il medico di base.

La prevenzione basata sui fattori di rischio è insufficiente

I tradizionali strumenti di valutazione del rischio cardiovascolare — come il Framingham Risk Score o lo SCORE2 — basano le loro stime su fattori consolidati ma non riescono a discriminare con precisione chi è realmente a rischio imminente. Lo studio suggerisce che questi algoritmi, validi a livello di popolazione, falliscono nel catturare l’individualità del rischio clinico, soprattutto tra gli asintomatici e nei soggetti apparentemente ‘sani’. La ricerca sottolinea l’urgenza di passare da un approccio reattivo, basato sui sintomi, a uno predittivo e personalizzato. L’uso di strumenti innovativi — come l’imaging cardiaco avanzato (angiografia Tc coronarica), i biomarcatori emergenti e i polygenic risk scores (punteggi di rischio poligenico) — potrebbe colmare le lacune degli attuali modelli predittivi.

Conclusioni

Se da un lato la tecnologia offre nuove soluzioni, dall’altro rimangono alcune barriere strutturali da superare: limitata accessibilità ai servizi di prevenzione, scarsa aderenza ai trattamenti, frammentazione delle cure e disparità socio-economiche. Perché il primo infarto non sia più visto come un evento improvviso e inevitabile, sarà quindi necessario ripensare i modelli organizzativi della medicina territoriale, potenziare la sanità digitale e promuovere percorsi di prevenzione integrata che coinvolgano attivamente i cittadini.

È anche fondamentale che tali approcci basati sullo screening proattivo siano rigorosamente testati in studi clinici randomizzati prospettici per dimostrarne l’efficacia in termini di riduzione degli eventi e la sostenibilità economica in termini di costo-efficacia.