Nonostante il ritardo italiano nel trattamento degli autori di violenza, l’indagine nazionale Progetto ViVa 2024 (dati 2022) rivela dati confortanti: vi è un incremento nell’attivazione di nuovi Centri per uomini autori di violenza (Cuav) sia nelle regioni del sud che del nord Italia. Ne abbiamo parlato con Andrea Bernetti, psicoterapeuta e presidente del Centro Prima, già CAM Roma Onlus, per il trattamento psicologico degli uomini autori di violenza nelle relazioni affettive.
Considerando che l’Italia è in ritardo nello sviluppo di servizi per uomini autori di violenza rispetto ad altri paesi, e dato che un rapporto del 2018 (riferito al 2017) indicava solo 59 programmi e 726 uomini trattati a livello nazionale, quali sono le dinamiche di crescita e distribuzione dei Centri per uomini autori di violenza riscontrate dopo il 2017?
L’ultima indagine nazionale sui Centri per uomini autori di violenza è la seconda ricerca condotta dal Progetto ViVa (CNR), pubblicata nel 2024, e ha analizzato i dati relativi al 2022. L’indagine mostra un aumento del numero di uomini che frequentano i Cuav (da 1.264 a 4.174) e un cambiamento nelle modalità di accesso, con una diminuzione di accessi spontanei (dal 40% al 10%) e degli invii dei servizi territoriali (passati dal 34% al 20%); a fronte di una maggiore quota di accessi mediati da professionisti (passati dal 10% al 32%), dall’autorità giudiziaria (dall’11% al 20%) e dal questore (da 10% al 13%). Il numero dei Cuav è aumentato negli ultimi anni: nella prima indagine del Progetto ViVa del 2018 erano stati mappati 54 centri, mentre nella seconda del 2022 i centri erano diventati 94. E’ dunque evidente l’impatto delle innovazioni normative portate nel 2020 dalla legge cosiddetta “Codice Rosso”, che prevede il vincolo della sospensione della pena a un percorso presso un Cuav per chi è condannato per stalking, maltrattamenti, molestie ecc.
Quali sono le principali attività e i servizi offerti nel Centro Prima che mirano al riconoscimento della responsabilità da parte dell’uomo?
L’indagine del Progetto ViVa riporta le linee guida del Consiglio d’Europa, secondo cui l’obiettivo primario dei programmi per autori di violenza è garantire la sicurezza e il benessere delle (ex) partner e dei loro figli, prevenendo la reiterazione delle condotte violente. I Cuav devono considerare la violenza come una scelta e un comportamento appreso e, come tale, modificabile. Per questo devono adottare un modello ecologico di intervento mirato a incidere sui fattori di resistenza al cambiamento. In linea con quanto previsto dalle indicazioni internazionali, le finalità di trattamento giudicate più importanti sono il supporto alla responsabilizzazione rispetto alla violenza agita, la fornitura di strumenti per la gestione non violenta dei conflitti, la promozione del cambiamento nelle dinamiche relazionali, l’accompagnamento nella gestione della frustrazione e della rabbia e l’accrescimento della capacità riflessiva.
“A seguito di una valutazione iniziale volta a verificare la sussistenza delle condizioni per accedere al percorso, la strutturazione dell’intervento prevede generalmente la sottoscrizione di un contratto iniziale (nell’84% dei Cuav) e la realizzazione di incontri individuali e/o di gruppo“: è quanto riporta la la ricerca, frutto di un accordo di collaborazione tra l’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR e il Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Coerentemente con le linee guida internazionali, il Centro Prima si caratterizza per una prima accoglienza telefonica per la richiesta di avvio di un percorso, poi una prima fase di consulenza per valutare la possibilità di intraprendere il percorso e analizzare la domanda d’intervento posta dall’uomo. Dopo questa prima fase, di circa 4 incontri, si passa al percorso di psicoterapia di gruppo che dura 12 mesi (generalmente 40 incontri in totale), condotta da psicoterapeuti specializzati sia in gruppo-analisi che nel lavoro con gli uomini autori di violenza.
Riguardo alla sicurezza, ogni CUAV si dota di strumenti di valutazione del rischio di recidiva, benché allo stato attuale non vi siano strumenti ad hoc validati e riconosciuti al livello internazionale. La pratica del contatto con la partner è adottata da alcuni Cuav, non da tutti, e recentemente è stata ridefinita dall’ultimo decreto sulla violenza di genere (Codice Rosso rafforzato, del 22 gennaio 2025). Nella nuova procedura il contatto può essere realizzato tramite la mediazione degli avvocati di parte. Il Centro Prima non adotta il contatto con la partner, poiché lo riteniamo non utile e non sicuro, siamo però disposti ad accogliere eventuali telefonate e richieste della partner, per aiutarla a orientarsi rispetto alle sue esigenze.
In che modo il dibattito sull’impatto storico e culturale del patriarcato viene integrato e gestito all’interno del percorso di trattamento di gruppo? Ritiene che la diffusione di questo approccio, insieme alle attività di sensibilizzazione, possa rafforzare la prevenzione secondaria per intercettare gli uomini potenzialmente abusanti, prima di un’escalation violenta?
Molti Cuav adottano un approccio che valorizza l’analisi dell’impatto storico e culturale del patriarcato nella nostra società e nelle nostre relazioni, nel modo che ognuno di noi ha di stare nelle relazioni e quindi anche di legittimare comportamenti violenti, possessivi e controllanti (sia agiti che subiti). Anche l’intervento psicologico e psicoterapeutico con gli autori si fonda, o si dovrebbe fondare, sull’analisi di questi aspetti e sul modo in cui la storia e la cultura di cui facciamo parte si intrecciano con i nostri vissuti, le nostre esperienze e le nostre scelte. La cultura patriarcale è un elemento fondativo della nostra cultura, ci attraversa tutti, uomini e donne, a mio avviso dovremmo conoscerlo in modo più approfondito e non fermarci agli aspetti esteriori del dominio dell’uomo sulla donna. La cultura patriarcale riguarda un modo di stare in relazione con l’altro (e conoscerne le complessità), con le diversità, con le emozioni e con l’ambiguità; un modo fondato sul possesso, sul controllo, sulla forza e sulla semplificazione violenta e razionalizzante. Quindi il lavoro sulla cultura patriarcale riguarda la messa in discussione e valorizzazione di queste modalità.



