Educazione sessuale e affettiva a scuola: una scelta di salute pubblica


Il 15 ottobre 2025 la commissione Cultura della Camera ha approvato l’emendamento al disegno di legge sul consenso informato, che estende il divieto di svolgere attività didattiche e progettuali sui temi della sessualità anche alle scuole secondarie di primo grado, limitandone quindi la possibilità alle sole scuole secondarie di secondo grado e condizionandone l’attuazione al consenso esclusivo dei genitori.

L’Associazione Alessandro Liberati ha preso posizione contro questo emendamento, pubblicando un appello per chiedere con urgenza al Parlamento che venga ritirato e che si garantisca il mantenimento e il rafforzamento dei percorsi di educazione sessuale comprensiva (CSE) – ossia di interventi didattici strutturati e continuativi che affrontino gli aspetti cognitivi, emotivi, fisici e sociali della sessualità  –  nei curricula nazionali, in linea con le evidenze scientifiche e le indicazioni delle principali organizzazioni internazionali impegnate nella tutela della salute e dei diritti di bambine, bambini e adolescenti.

Abbiamo approfondito l’argomento con Camilla Alderighi, cardiologa e membro del consiglio direttivo dell’Associazione Alessandro Liberati – Cochrane Affiliate Centre, nonché co-responsabile per l’Italia della traduzione, contestualizzazione e diffusione delle risorse didattiche del progetto Informed Health Choices, alla quale abbiamo rivolto queste domande.

Perché l’educazione sessuale comprensiva è raccomandata come strumento di salute pubblica dall’Oms e come mezzo per l’uguaglianza di genere dall’Unesco?

Come associazione medico-scientifica vicina alla cittadinanza, abbiamo preso posizione contro questo emendamento perché riguarda di fatto un intervento di sanità pubblica e, come ogni intervento sanitario, non può essere giudicato in base alle opinioni personali, ma in base alle prove scientifiche che ne hanno valutato l’efficacia. L’educazione sessuale comprensiva (Comprehensive Sexuality Education, CSE), secondo l’International Technical Guidance on Sexuality Education (Oms, Unicef), è supportata da solide evidenze: oltre 70 studi e 22 revisioni sistematiche mostrano che programmi scolastici strutturati fin dalla scuola primaria migliorano conoscenze e competenze sulla salute sessuale e riducono comportamenti a rischio. I programmi che affrontano anche le questioni di genere sono i più efficaci, perché promuovono tra i giovani atteggiamenti più equi e rispettosi. Nonostante l’educazione affettiva e sessuale rientri pienamente nel diritto alla salute oltre che tra i diritti umani, l’Italia rimane tra gli ultimi paesi Ue dove non è ancora obbligatoria a scuola. Con questo emendamento che vieterebbe la CSE oltre che nella scuola primaria anche nella secondaria di primo grado (la scuola media), faremmo un ulteriore passo indietro rispetto alle evidenze e ai diritti della popolazione più giovane.

Quali conseguenze rischia di affrontare l’Italia mantenendo una lacuna educativa così significativa?

L’insegnamento dell’educazione sessuale comprensiva non può aspettare il diploma: pensare di rimandarla alle superiori e solo col permesso dei genitori significa considerarla un rischio, non un diritto. Invece, come ogni genitore sa bene, i rischi sono altri: bambine e bambini sono esposti molto precocemente a immagini, parole e modelli inappropriati, sia in rete che di persona. L’indagine “Violenza Onlife” di Save the Children condotta in una popolazione dai 14 ai 18 anni ha ben evidenziato come a questa età gli stereotipi di genere siano già consolidati e ci siano già equivoci sui concetti di responsabilità, consenso e potere nelle relazioni tra pari. Scegliere di lasciare le persone più giovani nell’ignoranza come policy sanitaria pubblica è una scelta non scientifica e anacronistica, se non ipocrita, rispetto ai tempi e rispetto ai bisogni reali delle giovani generazioni.

Ci sono dati, anche da altri paesi con sistemi educativi limitati in tal senso, che mostrano l’aumento di fenomeni come la disinformazione sulla salute riproduttiva, gli stereotipi di genere o i tassi di infezioni sessualmente trasmissibili in assenza di programmi CSE strutturati?

Sì, le revisioni della letteratura sul tema hanno evidenziato che, quando si toglie alle persone più giovani la possibilità di conoscere meglio il proprio corpo, i modelli di relazione e il consenso, non si protegge la loro innocenza, si espone la loro ignoranza e la loro vulnerabilità. La cronaca quotidiana purtroppo non fa che confermare ciò che l’evidenza scientifica mostra: senza un’adeguata educazione affettiva e sessuale le persone sono più esposte a subire e agire in relazioni non rispettose e violente. Alcune evidenze iniziali mostrano inoltre che discutere in classe pratiche relazionali negative o norme sociali dannose aumenta la consapevolezza e la tutela dei gruppi marginalizzati, come persone LGBTQIA+ o con disabilità. L’educazione sessuale non toglie nulla, ma restituisce strumenti — linguistici, emotivi, scientifici — di salute collettiva, per scegliere, capire, difendersi. Vietarla significa dire ai giovani “non ci fidiamo di voi” o, peggio, “non fidatevi di voi stessi”.

Lei sostiene l’importanza di introdurre il pensiero critico fin dalla prima infanzia. Come valuta la coerenza di un sistema educativo che da un lato promuove queste competenze nella scuola primaria, ma dall’altro tenta di limitarne l’applicazione ai temi affettivi e sessuali nelle fasi successive di sviluppo?

L’associazione Liberati ha un’esperienza concreta in questo senso: nel 2019 abbiamo portato in Italia il curriculum IHC (Informed Health Choices), un programma strutturato di efficacia dimostrata che insegna ai bambini della scuola primaria a distinguere se un’affermazione su temi di salute è fondata e cosa significhi prendere una decisione medica informata. Le esperienze italiane di diffusione di questo curriculum hanno confermato i risultati degli studi internazionali: già a 9-10 anni, bambine e bambini sono in grado di capire se un’affermazione scientifica ha basi solide e quanto sia affidabile. Di fronte a questo, sorprende e disorienta leggere nelle più recenti Indicazioni Nazionali per il primo ciclo di istruzione — riferite all’ambito Storia, ma chiaramente con intento più generale — l’invito a lasciar cadere “l’obiettivo del tutto irrealistico di formare ragazzi (o persino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti per poi valutarle criticamente […]”. È una contraddizione evidente: la scienza dimostra che si può insegnare ai bambini a pensare con la propria testa – e la CSE serve proprio a formare senso critico e consapevolezza di sé e degli altri-, eppure le indicazioni ufficiali sembrano dubitarne, senza tuttavia fornire prove a sostegno di questi dubbi.

Come possiamo far comprendere, a livello politico e sociale, che l’educazione sessuale è soprattutto un investimento culturale e di prevenzione a lungo termine?

Investire nella CSE oggi significa proteggere le cittadine e i cittadini di domani. La scienza sui determinanti della salute ci insegna che la salute non è solo questione di ospedali o farmaci, ma è intrecciata ai modelli culturali e comportamentali che apprendiamo fin da bambini. Per questo è cruciale che l’educazione sessuale e affettiva sia rappresentata a scuola. Per esempio, persone con orientamenti affettivi diversi possono finalmente specchiarsi e sentirsi legittimate quando il loro mondo viene nominato e riconosciuto a scuola. Chi subisce violenza può comprendere di essere vittima di un’ingiustizia e trovare il coraggio di denunciarla. Serve una collaborazione concreta tra Ministero dell’istruzione e Ministero della salute: non possiamo separare la scuola dalla salute dei giovani, perché prevenire significa insegnare prima ancora di curare. Ogni programma di educazione sessuale strutturato, inclusivo e basato sui diritti non è solo un contenitore di nozioni anatomiche: è un seme nella società di domani, che cresce proteggendo i più vulnerabili, combattendo stereotipi e relazioni diseguali, e formando cittadine cittadini capaci di pensare con la propria testa.

Intervista a cura di Mara Losi