Nella Striscia di Gaza, dopo quasi due anni di conflitto, la popolazione è esposta a livelli estremi di insicurezza alimentare, con centinaia di migliaia di persone sull’orlo della carestia. Il sistema sanitario è stato pressoché annientato e le condizioni di vita della popolazione civile – in particolare dei bambini – sono drammatiche. Gli effetti a lungo termine, anche in termini di salute mentale, saranno devastanti.
A fine luglio è uscita una lettera su Lancet dal titolo Break the selective silence on the genocide in Gaza, che documenta la catastrofe sanitaria e invita le associazioni mediche a rompere il silenzio. Gli stessi autori, sempre nel mese di luglio, sono stati tra i primi firmatari della petizione Stop the silence che chiede ad accademici, studiosi e professionisti di varie discipline (oltre alla società civile) il riconoscimento del genocidio a Gaza (appello condiviso anche da Il Pensiero Scientifico Editore).
Lo stesso messaggio è stato lanciato da Serena Awad, un’operatrice umanitaria palestinese che, fin dall’inizio del conflitto, si è impegnata a sostenere la popolazione più fragile della Striscia di Gaza. A maggio scorso Awad è stata invitata dal Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e promozione della salute – CNaPPS (Istituto superiore di sanità) che ha organizzato un webinar per raccogliere la sua testimonianza diretta (trasmessa dalla Striscia di Gaza); oltre a dare spazio all’analisi epidemiologica di Pirous Fateh-Moghadam sui conflitti moderni e i loro effetti sulla salute pubblica, con dati specifici sulla situazione di Gaza. Il seminario ha stimolato una riflessione sulla necessità di porre al primo posto la tutela della salute e dei diritti umani.
Serena Awad, come responsabile di progetti diretti ai giovani presso l’American Friends Service Committee (AFSC), lavorava per creare opportunità a lungo termine per i ragazzi. Ma quando è scoppiata la guerra, si è ritrovata rapidamente in prima linea in una catastrofe umanitaria in corso. Con la sospensione dei programmi ufficiali, è passata dai progetti di sviluppo a occuparsi delle emergenze umanitarie, coordinando la consegna degli aiuti e conducendo rapide valutazioni dei bisogni in alcune delle zone più devastate. Come molti operatori umanitari a Gaza, Serena ha dovuto evacuare nove volte dalla sua abitazione – continuando spesso il suo lavoro sotto i bombardamenti – trasferendosi continuamente da un luogo all’altro con solo uno zaino, senza mai sapere dove andare o quando sarebbe stata costretta a spostarsi nuovamente.
La giovane operatrice ha sottolineato come Gaza sia sottoposta al più lungo assedio della storia moderna, con il blocco totale di cibo, medicine e beni di prima necessità. Lei stessa ha perso 15 chili in due anni, arrivando a pesare solo 49 chili, e ha descritto la sua difficoltà nel camminare per le scale del suo palazzo al sesto piano a causa della mancanza di energia dovuta alla denutrizione.
Dal punto di vista del lavoro umanitario, Serena ha spiegato come l’attività sia diventata estremamente pericolosa. Ha raccontato episodi traumatici, come la consegna di pasti caldi in una scuola-rifugio che il giorno successivo è stata bombardata. Non esistono zone sicure, anche gli edifici delle Nazioni unite vengono bombardati.
A livello personale, Serena ha condiviso il dolore per la perdita di 19 membri della sua famiglia. Anche molti suoi amici sono stati uccisi o sono dispersi. Suo fratello, che doveva sposarsi a novembre, ha dovuto evacuare dalla sua casa dopo averla persa, mentre un altro fratello aspetta di completare gli studi superiori in un sistema scolastico completamente distrutto.
Nonostante la devastazione, Serena ha concluso il suo intervento con un messaggio di resistenza e speranza, esortando i partecipanti a non smettere di parlare della situazione di Gaza, a contattare organizzazioni umanitarie sul campo e a fare pressione sui propri rappresentanti politici per fermare quello che ha definito un genocidio.
“La Carta di Ottawa identifica la pace come la prima risorsa fondamentale per la salute, quindi la sanità pubblica ha l’obbligo di promuoverla” afferma Pirous Fateh-Moghadam – medico epidemiologo e autore del libro Guerra o salute – Dalle evidenze scientifiche alla promozione della pace – che ha presentato dati del Peace Research Institute di Oslo che mostrano come nel 2023 ci fossero 59 conflitti attivi nel mondo, il numero più alto dal 1946.
Nella strategia bellica moderna le violazioni delle convenzioni di Ginevra sono ormai parte integrante, continua il medico. La sua analisi si è concentrata sul concetto di “biosfera della guerra“, un termine che descrive come gli effetti indiretti dei conflitti contemporanei siano spesso più devastanti di quelli diretti. Tutto diventa un obiettivo: infrastrutture civili di base, come dighe, centrali elettriche, sistemi di approvvigionamento alimentare e idrico; ospedali, scuole, università, industrie, campi agricoli. Questa strategia crea effetti sulla salute che perdurano molto oltre la fine del conflitto stesso. Per esempio, la carenza elettrica e/o di carburante danneggia le infrastrutture idriche e dello smaltimento dei liquami, anche se non venissero colpite direttamente; l’acqua inquinata da materiale fecale porta al rischio di malattie a trasmissione oro-fecale; la carenza alimentare crea maggiore suscettibilità alle malattie infettive per la riduzione delle difese immunitarie; il sovraffollamento dei campi per rifugiati aumenta il rischio di trasmissione delle malattie; la distruzione delle infrastrutture sanitarie non permette l’accesso a un’assistenza appropriata.
L’impatto è particolarmente forte sui bambini: Fateh Moghadam ha citato dati secondo cui Gaza rappresenta il più grande cimitero di bambini della storia moderna, con una media di dieci bambini al giorno che perdono una o entrambe le gambe. Particolare attenzione è stata dedicata alla crisi alimentare, con quasi due milioni di persone che affrontano livelli critici di insicurezza alimentare, incluse 200.000 persone in fase 5 di carestia acuta, tra cui 70.000 bambini sotto i due anni con casi di malnutrizione acuta grave. Questa situazione rappresenta una violazione del diritto internazionale – continua Fateh Moghadam – in particolare di accordi che vietano di limitare l’accesso al cibo per la popolazione civile.
Il seminario è stato arricchito dal racconto di Serena Donati – Reparto salute della donna e dell’età evolutiva -CNaPPS, Istituto Superiore di Sanità – che ha presentato il background storico del progetto che negli anni ’80 aveva portato alla creazione di un centro per donne nel campo profughi di Gaza, sul modello dei consultori italiani. Questo centro, dedicato alla madre di Serena Awad, aveva rappresentato un esempio di cooperazione internazionale ed empowerment femminile, rendendo ancora più simbolico e toccante il collegamento con la testimonianza attuale.



