Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, la medicina del lavoro fu una delle principali forze trainanti nella trasformazione del sistema sanitario italiano. In un contesto di forti mobilitazioni operaie e sociali, la salute nei luoghi di lavoro divenne terreno di scontro e di conquista: l’attenzione alle condizioni ambientali, alla prevenzione dei rischi professionali e alla dignità dei lavoratori si impose come parte essenziale del più ampio diritto alla salute.
Era il 1970 quando venne approvato lo Statuto dei lavoratori. Leggiamo l’articolo 9: “I lavoratori, mediante le loro rappresentanze, hanno il diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica.”
Come hanno scritto Chiara Giorgi e Ilaria Pavan, maturava progressivamente in quegli anni “la convinzione che il diritto alla salute, costituzionalmente sancito dall’art. 32, comportasse scelte politiche nelle quali tutta la popolazione doveva essere attivamente coinvolta, scelte culturali e istituzionali volte a modificare nel profondo gli assetti del Paese, a qualificare la natura stessa della democrazia, dei suoi strumenti e presidi.” Questo coinvolgimento attivo si traduceva nelle fabbriche nel principio della non-delega agli esperti della negoziazione dei propri diritti. “Nel 1961 la prima inchiesta sulla nocività sul luogo di lavoro, condotta presso l’impianto chimico Farmitalia di Settimo Torinese, fu patrocinata dalla Camera del lavoro di Torino, dove si era costituita una commissione medica che per la prima volta riuniva insieme sindacalisti, lavoratori, medici, assistenti sociali. L’inchiesta, coordinata da Ivar Oddone, apriva una lunga stagione di iniziative di questo genere che avrebbero portato a un rinnovato protagonismo e a un’inedita consapevolezza operaia sui temi della salute, sintetizzata negli anni successivi da slogan divenuti celebri come «la salute non si vende» o incarnata nei nuovi principi della «non delega» e della «validazione consensuale».”
La riforma del 1978, con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale (Ssn), sancì la salute come diritto universale e pubblico, ma fu proprio l’esperienza maturata nei luoghi di lavoro – nella denuncia delle nocività, nella richiesta di controlli indipendenti, nella partecipazione collettiva – a costruire il modello culturale e operativo di quella stagione. La medicina del lavoro non si limitava alla diagnosi o alla cura delle malattie professionali: diventava un presidio di giustizia sociale, un’anticipazione pratica di un’idea di salute come bene comune.
Il mutamento del lavoro: precarietà e nuove fragilità
Nei decenni successivi, il mondo del lavoro ha subìto trasformazioni profonde. A partire dagli anni Novanta, la certezza della stabilità – il “posto fisso” – ha ceduto il passo a nuove forme contrattuali sempre più flessibili, temporanee, frammentate. La precarizzazione ha avuto effetti non solo economici, ma anche sociali e sanitari: un lavoro precario non è solo più incerto nei redditi, ma anche più rischioso per la salute fisica e mentale.
Oggi, come evidenziato nell’analisi di Alberto Baratti pubblicata nel progetto dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Torino Il Punto, i medici del lavoro si trovano a fronteggiare patologie nuove, spesso invisibili e trasversali: disturbi psicosomatici, burnout, ansia, depressione. L’insoddisfazione lavorativa, la mancanza di controllo sulle proprie mansioni, il carico emotivo senza adeguato supporto organizzativo sono tutti fattori di rischio crescenti.
Un altro segnale eloquente della crisi del lavoro contemporaneo è rappresentato dal fenomeno delle “grandi dimissioni”, esploso anche in Italia a partire dal 2021. Come descritto da Francesca Coin nel suo libro Le grandi dimissioni, questo movimento non riguarda solo la ricerca di migliori condizioni salariali, ma esprime una critica più profonda: molti lavoratori si dimettono per rifiutare modelli organizzativi basati su sfruttamento, stress, mancanza di riconoscimento e di senso. Il lavoro precario, mal retribuito e frammentato non solo indebolisce il potere contrattuale, ma deteriora il benessere psicofisico individuale e collettivo. In questo scenario, il legame tra salute e condizioni occupazionali diventa ancora più stretto e centrale.
“Il diritto può essere tale se permanentemente oggetto di ricerca, di futuro”
Gianni Tognoni
Medicina del lavoro: nuove sfide, nuove responsabilità
In un contesto segnato da insicurezza sociale e lavorativa, anche la medicina del lavoro è chiamata oggi a ridefinire i propri compiti. Non si tratta più solo di monitorare rischi “tradizionali” (chimici, fisici o meccanici), ma di riconoscere e prevenire patologie legate a fattori organizzativi, psicologici e sociali. Come conferma un altro contributo de Il Punto, questa volta di Riccardo Falcetta, la precarietà stessa rappresenta oggi un fattore di rischio, tanto quanto l’esposizione a sostanze tossiche lo era negli anni Settanta. Il medico del lavoro deve essere capace di intercettare segnali di disagio e di promuovere interventi preventivi che non si limitino al singolo caso, ma coinvolgano l’organizzazione del lavoro nel suo complesso.
Questo richiede un approccio multidisciplinare, capace di integrare competenze mediche, psicologiche, ergonomiche, sociali. Significa anche rimettere al centro il concetto di “ambiente di lavoro salubre” non solo in senso materiale, ma anche relazionale e organizzativo.
Conclusioni: rilanciare la medicina del lavoro per difendere i diritti
La medicina del lavoro, nata come strumento di tutela dei lavoratori nelle fabbriche del boom economico, può e deve oggi diventare una leva per riaffermare diritti fondamentali in una società profondamente trasformata. Rilanciare la medicina del lavoro significa rivendicare il diritto a un’occupazione dignitosa e sicura, il diritto alla salute, il diritto a un ambiente di lavoro che non metta a repentaglio, ma sostenga il benessere psicofisico delle persone. Significa tornare a considerare la salute non come un fatto individuale, ma come un risultato collettivo di giustizia sociale.
Come mezzo secolo fa, la sfida della medicina del lavoro è quella di superare la frammentazione e l’isolamento, riportando al centro la connessione tra salute, lavoro e diritti. Una sfida quanto mai attuale, e quanto mai necessaria.



