Carriera e meno burocrazia per motivare i medici ospedalieri


 “I posti letto in ospedale aumenteranno? La risposta è no. Quindi noi abbiamo bisogno, estremo bisogno, di far funzionare il territorio e la medicina territoriale. Il DM 77 è un progetto bello. Sulla carta è molto molto interessante e va nella direzione giusta. Ma possiamo dire che al momento non sta funzionando come vorremmo. In alcune aree del Paese e in alcuni ambiti di più, in altre di meno, ma complessivamente non è ancora concretizzato. Non sono pessimista, e è normale che, come per tutte le cose nuove, ci voglia del tempo per arrivare a un’applicazione del 100%. Ci sono sicuramente delle cose che potranno contribuire a migliorarlo, penso per esempio a tutto il tema della telemedicina e della sanità digitale nelle mani di Agenas.” A parlare è chi tra i posti letto in ospedale ci passa gran parte delle sue giornate, Francesco Dentali, Presidente FADOI, la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti.

A colloquio con Francesco Dentali

Presidente della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti – FADOI e direttore del Dipartimento di medicina, Asst Sette Laghi, Varese

A proposito della riforma della medicina territoriale, ci sono aspetti che a suo avviso avrebbero potuto essere gestiti meglio?

Forse la questione relativa ai medici di medicina generale, di cui si discute tanto ultimamente, è stata un po’ troppo calata dall’alto. Un metodo più concertato avrebbe potuto ridurre le frizioni. È chiaro che i medici di famiglia devono avere un ruolo di primi attori nelle Case di comunità. Se però se c’è tutta questa resistenza, evidentemente il loro coinvolgimento poteva essere declinato in modalità più gestibili e poteva essere discusso con gli interessati in modo più graduale. La prospettiva resta comunque quella del potenziamento del territorio e sono convinto che si faranno passi avanti.

Uno degli elementi che vanno considerati è anche la carenza di medici, a cominciare proprio dai medici di medicina generale per passare poi a quelli ospedalieri.

È un tema importante su cui lavorare. Pensiamo alle tante borse di formazione per la medicina generale che vanno deserte. Ma anche nei reparti ospedalieri vedo tanti colleghi demotivati. Ci sono le fughe all’estero e quelle dal pubblico al privato. Quello che dovremmo fare non è ridurre tutto alla questione stipendiale, che pure è da considerare. Iniziamo dalla iper-burocratizzazione: il medico vuole fare il medico, non il compilatore di carte. Poi c’è sicuramente una svalutazione della figura del medico, ma questo è un problema molto italiano che coinvolge anche altre figure e professioni. Un tempo il medico era un riferimento, ora assistiamo a continui episodi di violenza.

Cosa bisognerebbe fare per motivare i giovani a fare i medici in Italia e possibilmente nel pubblico?

Rispondo: qualità della vita e prospettive di carriera. I tempi sono cambiati. Chi ha sperimentato lo smart working, fa ora fatica a immaginarsi al lavoro tutti i giorni per tante ore. E non è solo una questione relativa alle professioni di cura, riguarda tutti gli ambiti. Poi certo per fare il medico nel pubblico devi fare turni pesanti, quattro o cinque notti al mese e una guardia o due alla settimana, nel privato alle 16:30 stacchi e vai a casa. È cambiato l’approccio rispetto al passato, e ne parlo io che ho 49 anni e non 64. Dobbiamo farci i conti. Ma va anche detto che questo porta a un impoverimento della professione, perché vivere certe esperienze, confrontarsi con gli imprevisti, affrontare i casi più difficili, sono tutte cose che ti fanno crescere professionalmente. E l’altissimo livello professionale espresso dalla nostra sanità pubblica è dovuto a questo bagaglio di esperienze e di dedizione.

Certo anche l’aspetto delle risorse ha il suo peso.

Sì, dicevo delle prospettive di carriera e della premialità. Io ho fatto un anno in Canada e lì, per esempio, hai molto chiara la sensazione che, se lavori bene, se ti impegni a fondo, se ottieni risultati, la tua carriera e il tuo salario miglioreranno in proporzione. Questa sicurezza da noi manca e finisce per alimentare la demotivazione. Senza risorse adeguate questi aspetti non si possono però migliorare e i fondi che l’Italia mette sulla sanità sono sempre troppo pochi.

Un tema che preoccupa sul piano sanitario, e che ha anche pesanti implicazioni economiche, è quello delle infezioni ospedaliere e dell’antibioticoresistenza. Perché siamo così indietro in Europa?

In passato abbiamo sottovalutato il problema e anche qui torna il tema della medicina territoriale. L’utilizzo di antibiotici ha bisogno di una consapevolezza diversa. Negli altri Paesi tale consapevolezza è più sviluppata, ma sono convinto che ci siano i margini per migliorare anche in Italia. Un’altra risorsa che possiamo mettere in campo è rappresentata dalla grande evoluzione dei test diagnostici. Poter distinguere meglio un’infezione batterica da una non batterica ci aiuta sul territorio e in ospedale ad usare meno antibiotici e a usarli meglio. Se usiamo gli antibiotici per le infezioni delle vie respiratorie alte, che sono quasi tutte virali, il problema passa dal territorio all’ospedale. Altro elemento su ci stiamo facendo passi avanti è la collaborazione tra società scientifiche e specialisti. Come FADOI rappresentiamo 5.000 professionisti, che si stanno impegnando a migliorare la collaborazione e lo scambio di informazioni tra gli internisti, i microbiologi e gli infettivologi. Bisogna accrescere questa intesa perché per noi internisti, che gestiamo un milione di ricoveri all’anno, è importante sapere come intervenire in modo veloce e corretto. Va quindi superato il modello che vede l’infettivologo come unico depositario della terapia antibiotica. Sciogliere questi nodi ci consentirà di risalire posizioni in Europa, di curare meglio i nostri pazienti e risparmiare migliaia di euro in ricoveri e recidive. Ne sono convinto.

Intervista a cura di Cesare Buquicchio