Variabilità della frequenza cardiaca: i dati degli smartwatch non predicono la salute


Cento milioni di persone indossano l’Apple Watch e un numero ancora maggiore sembra usi il Fitbit. È comprensibile che, a fronte di questi dati, la variabilità della frequenza cardiaca sia diventata – se non un’ossessione – uno dei numeri più osservati dai possessori di smartwatch e dispositivi per il controllo della propria forma fisica. In inglese si chiama heart rate variability (HRV). Misura le minime differenze di tempo, nell’ordine dei millisecondi, tra un battito e il successivo. Le aziende tech la presentano come un marcatore dello stato di salute, dello stress e persino della longevità. Eric Topol, cardiologo e ricercatore dello Scripps Research Translational Institute, ha qualche dubbio e ha voluto esaminare le prove disponibili. La sua conclusione è netta: nessuna di queste promesse è dimostrata [1].

Un numero diverso da quello degli studi

Topol parte da un dato di fatto. Da oltre trent’anni la ricerca associa una bassa HRV a una maggiore mortalità generale e cardiovascolare. Tutti quegli studi, però, hanno misurato l’HRV con l’elettrocardiogramma (ECG). Gli smartwatch non usano l’elettrocardiogramma ma sensori ottici, basati sulla fotopletismografia, che rilevano l’onda del polso attraverso la pelle. Il risultato è la cosiddetta variabilità del polso (in inglese pulse rate variability, PRV). Le due misure coincidono solo a riposo.

Gli studi di confronto sono pochi e piccoli. Uno dei più citati ha coinvolto appena 13 adulti sani [2]. Uno studio su oltre 900 adulti con malattie croniche ha trovato una correlazione debole tra le due misure [3]. Una revisione sistematica di 43 studi conclude che la misura ottica non può essere considerata intercambiabile con quella elettrocardiografica [4]. Topol ha anche confrontato i propri dati: quattro dispositivi diversi, negli stessi giorni, hanno restituito valori e andamenti incoerenti [1].

Sembra dunque che l’HRV sia un marcatore surrogato. Non ha una relazione di causa-effetto con la salute. Uno studio sulla UK Biobank, su oltre 46.000 persone, ha analizzato la componente genetica dell’HRV e il legame atteso con la mortalità non è emerso [5]. L’indicatore riflette lo stato fisiologico del momento: sonno, alcol, allenamento, stress, farmaci. Anche gli interventi per aumentarlo, come il biofeedback con respirazione guidata, non hanno mostrato effetti negli studi controllati [1]. Ancora più fragili sono i cosiddetti “punteggi di prontezza” (readiness scores). Si tratta di un risultato prodotto da algoritmi proprietari, non trasparenti e mai validati rispetto a esiti di salute [1, 6].

E allora?

Topol lo ripete in modo esplicito. Tutte le prove che collegano l’HRV agli esiti di salute provengono da misurazioni elettrocardiografiche. Nessuna deriva dai dati dei sensori indossabili. Non esiste alcuna evidenza, pubblicata su riviste che prevedano la peer review, che le oscillazioni individuali dell’HRV, o gli sforzi per aumentarla, siano correlati agli esiti di salute. Quindi? Quindi chi controlla con ansia i propri valori al risveglio, o nota un calo che dura da settimane, può evitare di preoccuparsi [1].

Il rischio della medicalizzazione quotidiana

Il cardiologo richiama un fenomeno già noto: l’ossessione di ottenere punteggi perfetti, che finisce per generare ansia [1]. Lo stesso può accadere con l’HRV. L’ansia, peraltro, abbassa proprio l’indicatore che si vorrebbe migliorare.

Il post di Topol, letto in prospettiva di politica sanitaria, segnala un rischio più ampio. Numeri non validati trasformano persone sane in pazienti inquieti. Ogni valore ‘basso’ può tradursi in una visita, un esame, un consulto in più. È una medicalizzazione della vita quotidiana che non produce salute, ma aumenta la domanda di prestazioni e i costi. Infatti, “l’ipermedicalizzazione non è senza conseguenze – spiega Renato Luigi Rossi nella sua Guida critica alla prevenzione – ma ha degli effetti concreti sulla vita delle persone che possono sentirsi sempre più insicure, dipendenti dai medici, e può portare alla definizione di nuove malattie, a indagini e trattamenti inutili o di non provata efficacia clinica, a un uso eccessivo di farmaci. Si può ben comprendere come questo approccio generi possibili effetti iatrogeni gravi e porti all’uso di procedure diagnostiche anche invasive e non prive di rischi.” [7]

Per un servizio sanitario già sotto pressione, è una spinta in più verso l’insostenibilità. Le aziende, conclude Topol, hanno le risorse per condurre gli studi necessari. Finché non lo faranno, il marketing resterà molto più avanti delle prove [1].

Bibliografia

[1]Topol E. The big holes in wearable heart rate variability and readiness scores. Ground Truths, 19 settembre 2026.
[2]Dial MB, Hollander ME, Vatne E, et al. A.Validation of nocturnal resting heart rate and heart rate variability in consumer wearables. Physiological Reports 2025;13(16):e70527. doi: 10.14814/phy2.70527
[3]Kantrowitz AB, Ben-David K, Morris M, et al. Pulse rate variability is not the same as heart rate variability: findings from a large, diverse clinical population study. Frontiers in physiology 2025;16:1630032
[4]Xu S, Liu H, Liu Z, et al. Accuracy of photoplethysmography-derived pulse rate variability compared with electrocardiography-derived heart rate variability: a systematic review and meta-analysis. Sensors 2026;26(16):5192.5.
[5]Tegegne BS, Said MA, Ani A, van Roon AM, Shah S, de Geus EJC, van der Harst P, Riese H, Nolte IM, Snieder H. Phenotypic but not genetically predicted heart rate variability associated with all-cause mortality. Commun Biol 2023;6(1):1013.
[6]Doherty C, Baldwin M, Lambe R, et al. Readiness, recovery, and strain: an evaluation of composite health scores in consumer wearables. Translational Exercise Biomedicine 2025; 2(2),:128-144.
[7]Rossi RL. Guida critica alla prevenzione. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2026.