Medical humanities: l’umanesimo che serve a chi cura


Le medical humanities hanno da tempo una storia che, come tutte le storie, va curata, riletta, aggiornata e, alle volte, riscritta. La rivista History of the Human Sciences ha dedicato un fascicolo speciale a “History and epistemology of the medical humanities”, cioè alla storia e ai fondamenti teorici delle discipline umanistiche applicate alla medicina [1]. Anche il King’s College di Londra lo presenta come una tappa importante per il settore.

Il volume è curato da due docenti del College. Patrick ffrench insegna letteratura francese. Neil Vickers è docente di letteratura inglese e health humanities, le scienze umane per la salute. Al loro fianco c’è Céline Lefève, filosofa dell’Université Paris Cité [1,2]. Il lavoro nasce dalla collaborazione tra il Centre for the Humanities and Health del King’s College e un gruppo di studiosi parigini.

Il fascicolo ha un primato. È il primo confronto sistematico tra l’evoluzione del campo nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Francia. L’interesse è già evidente. Come segnala Vickers, molti articoli sono stati scaricati migliaia di volte in pochi mesi.

Due tradizioni, un punto d’incontro: la cura

L’editoriale dei curatori traccia una mappa di due tradizioni diverse [2]. Le medical humanities nascono negli Stati Uniti all’inizio degli anni Sessanta. Per circa quarant’anni restano un prodotto quasi esclusivo delle università americane. In Francia il campo decolla solo negli anni Novanta. Il riferimento principale è Georges Canguilhem, medico e filosofo, autore di Il normale e il patologico.

Le due scuole si concentrano su concetti diversi. La tradizione francese ragiona su norme, vitalità e il ‘negativo’, cioè su ciò che limita e minaccia la vita. La tradizione angloamericana indaga i valori nascosti dietro l’idea di salute, il peso della cultura sulla malattia, il modello biopsicosociale proposto da George Engel nel 1977 e il racconto come strumento di comprensione. Il terreno comune è il concetto di cura. Su questo terreno le due tradizioni oggi convergono.

I curatori distinguono tre fasi della storia americana:

  • La fase dei valori (1968-1981). Un istituto dedicato ai valori umani in medicina (l’Institute on Human Values and Medicine) considera la filosofia la disciplina centrale. Da qui nascono la bioetica e gli studi su letteratura e medicina.
  • La fase della cultura e del racconto (1980-1995). L’antropologia medica e il modello biopsicosociale spostano l’attenzione sul rapporto tra salute e cultura. Il metodo privilegiato è la narrazione.
  • La fase dell’identità e della giustizia. Il campo si avvicina ai movimenti sociali. Chiede rappresentanza per le minoranze e giustizia sociale ed epistemica. Nel Regno Unito questa corrente prende il nome di critical medical humanities.

Le differenze restano profonde. Negli Stati Uniti la teologia ha avuto un ruolo importante nelle origini di questo specifico campo di studi. La nascita della bioetica come disciplina autonoma ha poi messo in secondo piano l’attenzione per la filosofia della medicina. In Francia, invece, la filosofia della medicina resta al centro. Sempre più spesso diventa una ‘filosofia sul campo’, a contatto diretto con persone e comunità. Anche la riflessione psicoanalitica ha pesato di più in Francia che nel mondo anglosassone.

Gli articoli del fascicolo ruotano quasi tutti attorno alla cura. È interessante vedere quali temi affrontano, almeno alcuni di questi paper.

  • La cura come ‘fatto primario’. In un’intervista, il filosofo Frédéric Worms definisce la cura un fondamento che non ha bisogno di altri fondamenti. La medicina è una forma di cura tra le altre. Ogni relazione di cura ha due orientamenti morali. Uno è vitale e protegge la vita. L’altro è sociale e tende alla giustizia, perché le disuguaglianze incidono sulla vita biologica.
  • Una parola intraducibile. Patrick ffrench mostra che ‘care’ e ‘soin’ sono termini che non coincidono. Analizza come i traduttori inglesi e francesi abbiano reso il concetto di ‘Sorge’ in Heidegger. Ne emerge un rischio. Le forme concrete di cura, anche istituzionali, possono apparire sempre inadeguate rispetto a un ideale astratto.
  • Due modi di prestare attenzione. Bernard Pachoud distingue un’attenzione ‘convergente’, che cerca subito l’informazione rilevante, da un’attenzione ‘divergente’, aperta a tutto ciò che si percepisce. La medicina tecnologica premia la prima. Pachoud sostiene che la seconda conti di più, soprattutto ora che crescono le malattie croniche.
  • Oltre l’empatia. Karl-Léo Schwering parte dagli studi sul neonato di Daniel Stern. Propone il concetto di ‘sintonizzazione affettiva’: segnali emotivi impliciti con cui ci si riconosce a vicenda. Anche i fraintendimenti sono utili, perché permettono di esprimere bisogni e aspettative. Secondo Schwering la sintonizzazione è più facile da ottenere dell’empatia idealizzata, e altrettanto umanizzante.
  • Ricerca fatta insieme. Isabelle Aujoulat ed Elise Ricadat descrivono ricerche qualitative condotte in ospedale con clinici, dirigenti, pazienti e familiari. Due studi riguardano l’impatto di un tumore in adolescenza sull’identità di genere e il senso di impotenza che accompagna alcune malattie croniche. Questo tipo di ricerca può cambiare i comportamenti dei clinici e le regole delle istituzioni.
  • Riconoscersi nella visita. Mohammed Rashed chiede che la medicina prenda sul serio il modo in cui ogni persona coinvolta nella visita comprende sé stessa. Lo mostra con il caso di un uomo convinto di comunicare con Dio. Paziente e psichiatra partono da spiegazioni opposte. Possono però costruire un terreno comune che superi entrambe le posizioni.
  • Invecchiamento e disuguaglianze. Martina Zimmermann invita le medical humanities a imparare dalla gerontologia. Il racconto deve restare legato alla pratica. La biologia non va ignorata: aiuta a mostrare come le disuguaglianze sociali si accumulano lungo tutta la vita.
  • La stagione del racconto. Neil Vickers ricostruisce il periodo 1980-1995, quando il pensiero narrativo diventa il cuore del campo. Autori come Arthur Kleinman, Byron Good e Arthur Frank usano il racconto per far emergere il vissuto di malattia. Secondo Vickers, quella stagione ha prodotto la critica più potente alla razionalità biomedica e ha dato al campo un’identità disciplinare.

Anche i curatori riconoscono che la raccolta è parziale. Sperano però che favorisca il dialogo tra la tradizione francese e quella anglofona.

A cosa servono a chi cura: la proposta di Fabrizio Consorti

La storia e la teoria servono se arrivano in aula. È il punto di partenza di Fabrizio Consorti, chirurgo e già presidente della Società italiana di pedagogia medica. Sulla rivista Forward ha firmato un articolo sulla formazione medica nel tempo della complessità [3].

Consorti parte da una formula nota: “sapere, saper fare, saper essere”. La formula risale a un rapporto dell’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, pubblicato nel 1972. Secondo Consorti, questa schematizzazione nasconde la complessità. In realtà la persona è sempre coinvolta come un tutto. Un primo anno di medicina fatto solo di fisica, chimica, biologia e istologia trasmette un messaggio implicito: l’essere umano sarebbe una macchina governata da leggi certe.

Per questo Consorti chiede due cose. Gli studenti devono incontrare fin dal primo anno visioni più complesse dell’umano, come la psicologia e l’antropologia. Devono anche entrare presto nei luoghi di cura, prima ancora di conoscere le malattie. Così sperimentano che cosa significano “stare male” e “prendersi cura”, e scoprono il limite come parte costitutiva dell’umano.

Il problema non riguarda solo il saper essere. L’Italia è tra i Paesi più anziani del mondo e molti pazienti convivono con più malattie croniche. La formazione tradizionale ragiona invece per singolo organo e singola malattia. Il decreto ministeriale 77 del 2022, che riorganizza l’assistenza sul territorio con case e ospedali di comunità e telemedicina, rende la questione più urgente. Servono competenze per lavorare in équipe multiprofessionali e per usare strumenti digitali, a partire dall’intelligenza artificiale.

Consorti definisce le medical humanities come un insieme di attività didattiche interdisciplinari. Usano metodi e contenuti delle discipline umanistiche e artistiche. L’obiettivo è stimolare la riflessione critica e la comprensione dell’umanità dei pazienti e degli stessi studenti. Non si tratta solo di corsi. Rientrano anche le riflessioni scritte sulle prime esperienze di tirocinio e ogni attività che espone gli studenti alla bellezza: arte, letteratura, poesia, musica, teatro, cinema.

Il cuore dell’articolo è una domanda: a cosa servono le medical humanities per chi cura? Consorti risponde con i cinque meccanismi individuati da Arno Kumagai, uno dei maggiori esperti internazionali del tema. Le medical humanities servono:

  • a mettere in dubbio credenze e presupposti dati per scontati;
  • a introdurre una pausa nella percezione, nel pensiero e nell’azione;
  • a incoraggiare il confronto con la complessità e l’ambiguità;
  • a guardare oltre la superficie per cogliere le influenze e le cause storiche e sociali;
  • a promuovere la consapevolezza delle molteplici e uniche voci e prospettive dei pazienti.

Kumagai usa un’immagine ironica. Le medical humanities non possono essere la glassa decorativa della torta. Devono diventarne un ingrediente, come le discipline cliniche e precliniche. L’approccio più efficace, ricorda Consorti, è un’integrazione longitudinale lungo tutto il percorso formativo. Le attività pratiche vanno ripetute e accompagnate da riflessione guidata, tutoraggio e discussione strutturata dopo l’esperienza [4].

I risultati si possono valutare. Non si misura solo l’empatia. Si misurano anche virtù professionali come integrità, compassione, altruismo, rispetto e spirito di servizio. A queste si aggiungono pensiero critico e capacità di guidare un gruppo.

L’Italia a metà strada

Consorti riporta i dati di un’indagine del 2019. Circa metà dei corsi di laurea italiani in medicina proponeva attività riconducibili alle medical humanities. Si concentravano soprattutto al primo anno. Dati più recenti non esistono. L’interesse però resta vivo. Nel 2019 è nata la Società italiana di scienze umane in medicina. Quest’anno l’Università dell’Aquila ha ospitato un convegno internazionale intitolato Health humanities in translation. Il titolo segnala uno spostamento: dalla pratica medica alla salute intesa in senso globale.

La strada resta lunga. Consorti indica alcune priorità. La prima è formare i docenti. La seconda è coordinare meglio corsi di laurea e scuole di specializzazione. I curricula del corso di laurea sono ipertrofici e possono fare spazio alle medical humanities. Le scuole di specializzazione devono attenuare il loro rigore monodisciplinare. Le medical humanities devono diventare una componente ordinaria della formazione prima e dopo la laurea. Il messaggio riguarda quindi anche l’aggiornamento dei medici già in attività. Per Consorti serve il passo del marciatore, non quello del velocista.

Las Vegas: una biblioteca che insegna a rallentare

Un esempio concreto arriva dagli Stati Uniti. La biblioteca della Kirk Kerkorian School of Medicine dell’Università del Nevada a Las Vegas è digitale per oltre il 97%. Eppure alcuni scaffali ospitano libri di carta con una funzione precisa: invitare gli studenti a rallentare e a ricordare la persona dietro la diagnosi [5].

La collezione è curata da Katie Houk, bibliotecaria e professoressa associata. Conta circa 400 volumi e cresce di 60-80 titoli l’anno. Comprende racconti, storia, etica, arte e fumetti. Houk ha cominciato dalla graphic medicine, cioè dal fumetto che racconta la salute e la cura. Il linguaggio per immagini aiuta a rappresentare esperienze interiori come ansia, depressione e trauma. La biblioteca è diventata una delle prime biblioteche mediche a ovest del Mississippi con una raccolta dedicata a questo genere.

I temi riflettono la comunità che i futuri medici serviranno. Ci sono esperienze di pazienti e caregiver, punti di vista dei medici, salute mentale, veterani, salute delle donne, persone LGBTQ+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e altre identità), disabilità, invecchiamento e fine vita. Houk spiega che Las Vegas è una comunità molto ricca di diversità e le storie aiutano gli studenti a comprenderla in modo più profondo e critico.

Il progetto va oltre gli scaffali. Con la serie Art of Wellness, studenti, docenti e personale si incontrano a pranzo per scrivere un diario, disegnare, dipingere o modellare l’argilla. Osservare un dipinto affina l’osservazione e l’interpretazione, capacità che servono anche in clinica [5]. Houk spera che i docenti usino brani della collezione nei corsi di bioetica e di medicina di comunità. Spera anche di far rinascere un programma di letture comuni [5].

Medical humanities: un ingrediente, non una decorazione

Le tre storie si tengono insieme. Il fascicolo di History of the Human Sciences mostra che le medical humanities hanno basi teoriche solide e una tradizione di ricerca matura. Consorti spiega perché devono diventare parte stabile della formazione e dell’aggiornamento. L’esperienza di Las Vegas dimostra che si può cominciare anche con pochi scaffali e molta cura.

Il filo comune è la cura. Una medicina sempre più tecnologica rischia di vedere solo organi e malattie. E di ‘vendere’ prestazioni. Le medical humanities ricordano ai professionisti sanitari che davanti a loro c’è una persona, con la sua storia e il suo contesto. Non sono un lusso culturale. Sono uno strumento clinico.

Bibliografia

[1] King’s College London. Special journal issue on medical humanities published. 8 settembre 2026. https://www.kcl.ac.uk/news/special-journal-issue-on-medical-humanities-published

[2] Vickers N, ffrench P, Lefève C. Entangled traditions: philosophical and cultural foundations of the health humanities in France and the USA. History of the Human Sciences 2026; 39 (3-4): 3-12. doi: 10.1177/09526951261436702

[3] Consorti F. La formazione medica nel tempo della complessità. La sfida di un nuovo umanesimo. Forward 2026; n. 43, ‘Investimento’.

[4] Kumagai AK. Beyond “Dr. Feel-Good”: a role for the humanities in medical education. Academic Medicine 2017; 92: 1659-60.

[5] Criss D. Beyond the book: how stories help shape future physicians. UNLV News Center, 22 settembre 2026.