Può un epidemiologo candidarsi al Senato degli Stati Uniti portando con sé non soltanto un programma sanitario, ma una diversa idea della democrazia? È questa la domanda che accompagna la vittoria di Abdul El-Sayed, quarantun anni, medico ed epidemiologo, scelto dal Partito democratico americano nella tornata delle primarie di agosto come candidato al Senato per il Michigan nelle elezioni del 2026.
La sua figura merita attenzione non tanto per la collocazione nell’ala progressista del Partito democratico (anche se non è iscritto ai Democratici Socialisti), quanto perché appartiene a una generazione di medici della sanità pubblica formatasi all’indomani dell’11 settembre, della crisi finanziaria del 2008 e, soprattutto, della pandemia di Covid-19. Per questa generazione, l’epidemiologia non rappresenta soltanto uno strumento per comprendere la diffusione delle malattie, ma anche una chiave di lettura delle fratture economiche, sociali e politiche che attraversano la società statunitense, ben rappresentate dall’attuale inquilino del Ministero della sanità degli Usa, il discusso no-vax Robert Jennedy Jr.
La formazione di El-Sayed riflette questo percorso. Laureato all’Università del Michigan, Rhodes Scholar all’Università di Oxford e medico alla Columbia University – dove ha insegnato epidemiologia per un paio d’anni – è stato direttore del Dipartimento della salute di Detroit e successivamente responsabile del Department of Health, Human and Veterans Services della Wayne County, uno dei territori nei quali le disuguaglianze sociali e sanitarie degli Stati Uniti emergono con maggiore evidenza.
L’idea che attraversa il suo lavoro trova una prima formulazione organica in Healing Politics. A Doctor’s Journey Into the Heart of Our Political Epidemic (2020), suo primo libro. Il titolo è già un manifesto. L’epidemia di cui si parla non è soltanto quella delle malattie croniche o delle infezioni emergenti, ma una “epidemia politica”: la polarizzazione, la sfiducia nelle istituzioni, la crescente disuguaglianza economica e l’erosione dei legami sociali finiscono per produrre effetti concreti e misurabili anche sullo stato di salute della popolazione.
Il punto di partenza è un’idea ben nota all’epidemiologia sociale, ma ancora poco presente nel dibattito politico statunitense: la salute non coincide con il sistema sanitario. Gli ospedali intervengono quando il processo patologico è già iniziato; la salute, invece, ha radici molto più profonde, nelle condizioni di lavoro, nell’istruzione, nell’abitare, nella qualità dell’ambiente urbano, nella stabilità economica e nella possibilità di partecipare pienamente alla vita della comunità. Questa convinzione emerge con particolare chiarezza nella recente intervista concessa al New Yorker. Ripercorrendo gli anni trascorsi come studente di medicina alla Columbia University, El-Sayed racconta come il contatto quotidiano con pazienti appartenenti a mondi sociali radicalmente differenti abbia modificato il suo modo di intendere la medicina. Da una parte persone in grado di accedere senza difficoltà alle migliori cure disponibili; dall’altra pazienti che arrivavano troppo tardi, oppure rinunciavano del tutto alle cure perché impossibilitati a sostenerne i costi. Da quell’esperienza nasce la convinzione che il problema fondamentale non risieda nelle scelte dei singoli professionisti, bensì nell’assetto complessivo del sistema sanitario statunitense.
In questo quadro si colloca anche il suo sostegno al Medicare for All. A Citizen Guide, approfondito nel volume omonimo pubblicato nel 2021 e ripreso in numerosi interventi pubblici. Per El-Sayed, tuttavia, la copertura sanitaria universale non rappresenta semplicemente una diversa modalità di finanziamento dell’assistenza. È uno strumento per ridurre le disuguaglianze, rafforzare la fiducia nelle istituzioni e migliorare gli indicatori di salute della popolazione.
Un argomento sviluppato anche nel podcast Lever Time, dialogando con David Sirota. El-Sayed osserva come gli Stati Uniti spendano in sanità una quota del prodotto interno lordo superiore a quella di qualsiasi altro Paese industrializzato (20% del Pil) senza ottenere risultati proporzionati né in termini di aspettativa di vita né di equità nell’accesso alle cure. A suo giudizio, il problema non è l’insufficienza delle risorse, ma la loro organizzazione: un sistema assicurativo fortemente frammentato, nel quale una parte significativa della spesa viene assorbita da costi amministrativi, intermediazioni e incentivi economici che non sempre coincidono con l’interesse dei pazienti.
È significativo che El-Sayed eviti quasi sempre di presentare il Medicare for All come un modello da importare dall’Europa. A suo avviso, gli Stati Uniti possiedono già le risorse necessarie per costruire il miglior sistema sanitario del mondo; ciò che manca è la volontà politica di trasformare una spesa enorme in un investimento realmente orientato alla salute collettiva.
Va ricordato che la candidatura al Senato di El-Sayed richiama una tradizione, per la quale la medicina non si limita alla cura degli individui, ma pretende di intervenire sulle condizioni sociali che producono la malattia. È una linea di pensiero che risale almeno a Rudolf Virchow, il grande patologo tedesco che definì la politica «medicina su larga scala», e che nel Novecento ha trovato interpreti autorevoli come Gro Harlem Brundtland, medico, primo ministro norvegese e poi direttrice generale dell’Organizzazione mondiale della sanità. Negli Stati Uniti, invece, sono stati relativamente pochi i medici che hanno tentato di tradurre direttamente questa concezione in un progetto politico nazionale. El-Sayed si colloca piuttosto nella scia di studiosi come Paul Farmer e Sandro Galea, che hanno mostrato come le disuguaglianze sociali siano esse stesse fattori patogeni. A differenza di loro, tuttavia, tenta di trasferire questa analisi dal terreno accademico a quello dell’azione politica.
È probabilmente questo l’aspetto più interessante della sua candidatura: El-Sayed propone una lettura della salute pubblica nella quale epidemiologia, medicina sociale e teoria della democrazia finiscono per convergere su un obiettivo comune. In questa prospettiva la qualità di un sistema sanitario non misura soltanto l’efficienza delle cure, ma diventa uno degli indicatori più sensibili dello stato di salute dell’intera società.



