Può capitare – e capita – che vengano ammessi al commercio prodotti dannosi per la salute. Capita anche che i governi, talvolta, non intervengano in tempo. In questi casi, può essere la giustizia a colmare il vuoto. È questa la tesi centrale di un editoriale firmato da Jerry Avorn, medico e ricercatore della Division of Pharmacoepidemiology and Pharmacoeconomics, Department of Medicine, Harvard Medical School and Brigham and Women’s Hospital, pubblicato il 17 giugno 2026 sul New England Journal of Medicine [1].
Due sentenze recenti hanno colpito i grandi gruppi tecnologici. YouTube e Meta (la società che controlla anche Instagram e Facebook) sono state condannate a pagare 9 milioni di dollari. Il motivo: aver tratto profitto da prodotti social progettati per creare dipendenza, con un possibile danno psicologico per gli utenti: ne hanno parlato molti media, tra cui il New York Times [2]. Un giorno prima, Meta aveva già ricevuto un’altra condanna, da 375 milioni di dollari, per aver ignorato le prove raccolte internamente sui rischi dei propri prodotti [1].
Queste sentenze, secondo l’autore, non sono casi isolati. Richiamano due precedenti storici importanti.
I precedenti
Il primo precedente riguarda il farmaco Vioxx (principio attivo: rofecoxib), un antinfiammatorio prodotto da Merck & Co. Il farmaco raddoppiava il rischio di infarto e ictus nei pazienti che lo assumevano [3]. Le cause legali intentate da privati portarono Merck a pagare quasi 5 miliardi di dollari di risarcimenti. L’autore stesso ha partecipato come testimone esperto, senza compenso, in questi processi [1]. Le conseguenze furono importanti: nel 2007 il Congresso americano costrinse la Food and drug administration (Fda, l’ente regolatorio dei farmaci negli Stati Uniti) a creare un sistema nazionale di sorveglianza sulla sicurezza dei farmaci, a lungo rimandato.
Il secondo precedente citato da Avorn è la causa contro l’industria del tabacco, negli anni Novanta. Quarantasei procuratori generali degli Stati americani citarono in giudizio i quattro maggiori produttori di sigarette. L’accordo finale, nel 1998, costò alle aziende oltre 200 miliardi di dollari. Una parte di quei fondi fu poi destinata ad altri usi, diversi da quelli previsti. Ma l’accordo ottenne anche un risultato meno visibile e più importante: costrinse le aziende a limitare la pubblicità e a smettere di negare i rischi sanitari dei propri prodotti [1].
Uno schema che si ripete
I tre casi condividono una stessa struttura. Le prove di rischi per la salute erano già note da tempo. Le aziende possedevano anche ricerche interne che confermavano questi rischi. Le aziende, però, negavano l’esistenza o la rilevanza clinica di quei dati. Alcuni funzionari pubblici avevano lanciato l’allarme. Diversi responsabili della sanità pubblica statunitense (i Surgeon general), a distanza di decenni l’uno dall’altro, avevano già segnalato i rischi del tabacco e, più di recente, dei social media. Nonostante queste diffuse preoccupazioni, non era seguita alcuna risposta legislativa o regolatoria efficace.
Le domande aperte
L’autore solleva alcune domande che restano sostanzialmente senza risposta:
- Quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato nell’individuare e affrontare i rischi per la salute di un prodotto?
- Il danno dipende dal prodotto in sé, o dal modo in cui viene usato?
- Senza studi randomizzati e controllati, come si può dimostrare un legame causale tra un prodotto di uso comune (sigarette, un farmaco, un social network) e un effetto clinico (cancro, malattie cardiovascolari, disturbi psichici)?
- Quanta responsabilità ha la vittima, se l’azienda aveva comunque messo in guardia gli utenti (i “consumatori”…) circa i rischi legati all’uso? Quali elementi contribuiscono a definire l’adeguatezza di un avviso?
- Quando sono sufficienti regole più severe sulla pubblicità o sulla vendita (come per il tabacco, o i limiti di età per i social media)? Quando, invece, serve un divieto totale, come accaduto per il Vioxx?
I tre casi mostrano che la via legale può funzionare. Ha portato a importanti riforme di sistema, sia per il tabacco sia per la sicurezza dei farmaci. Per i casi recenti sui social media, è ancora presto per dirlo: le sentenze potrebbero essere modificate in appello.
L’autore segnala però anche i limiti di questo approccio. Le cause legali, basate su giurie laiche, composte da persone non esperte della materia, possono talvolta sbagliare nell’attribuire le responsabilità. Un esempio citato è quello delle cause contro i produttori di paracetamolo, che collegano il farmaco all’autismo, nonostante le prove scientifiche siano inconsistenti.
In conclusione
Il sistema ideale prevederebbe leggi tempestive, basate sulle prove robuste e libere da conflitti di interesse. Quando questo non accade, secondo l’autore, i tribunali possono garantire un ulteriore livello di protezione per la salute delle persone. Non è il metodo più efficiente. A volte, però, è l’unico che funziona.
Fonti
- Avorn J. Products That Pose Health Risks — Can Litigation Protect Us When Government Fails? New England Journal of Medicine, pubblicato il 17 giugno 2026. DOI: 10.1056/NEJMp2604841.
- Kang C, Mac R, Tan E. Meta and YouTube found negligent in landmark social media addiction case. New York Times. March 25, 2026 (https://www.nytimes.com/2026/03/25/technology/social-media-trial-verdict.html
- Goldstein J. Ghost of Vioxx still haunts Merck. Wall Street Journal. April 15, 2008 (https://www.wsj.com/articles/BL-HEB-2407).



