Obesità e infezioni gravi: un rapporto ad alto rischio


L’obesità è tradizionalmente riconosciuta come fattore di rischio per patologie croniche non trasmissibili quali diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e alcuni tumori. Tuttavia, il suo ruolo nell’aumentare la suscettibilità e la gravità delle malattie infettive è stato storicamente sottovalutato. Uno studio osservazionale multicoorte pubblicato recentemente sul Lancet, che ha analizzato i dati di oltre 547.000 adulti seguiti per oltre un decennio in Finlandia e Regno Unito, fornisce ora evidenze robuste su questa associazione: gli individui con obesità di classe III (BMI ≥40 kg/m²) presentano un rischio triplicato di contrarre infezioni in ambito ospedaliero o di morire per infezioni contratte per altre cause rispetto a chi mantiene un peso normale.

La ricerca ha esaminato 925 diverse patologie infettive – batteriche, virali, parassitarie e fungine – dimostrando un’associazione dose-risposta consistente tra gravità dell’obesità e rischio di infezioni severe. Applicando queste stime ai dati del Global Burden of Disease Study, gli autori dello studio stimano che circa il 10% decessi per infezioni a livello mondiale potrebbe essere attribuibile all’obesità, con picchi del 15% durante la pandemia covid-19.

Uno studio prospettico su larga scala

Lo studio ha coinvolto 67.766 adulti finlandesi (età media 42 anni, 73% donne) e 479.498 partecipanti del UK Biobank (età media 57 anni, 54% donne), tutti senza storia recente di infezioni gravi al baseline. Durante un follow-up medio di 14 anni per le coorti finlandesi e di 13 anni per il UK Biobank, sono stati registrati oltre 90.000 eventi di infezioni gravi (ricoveri o decessi).

I risultati mostrano un gradiente di rischio progressivo. Rispetto agli individui normopeso, quelli con obesità di classe I (BMI 30-34,9) hanno un rischio aumentato del 50%, quelli con obesità di classe II (BMI 35-39,9) del 100%, e quelli con obesità di classe III (BMI ≥40) del 200%. Nel complesso, qualsiasi grado di obesità (BMI ≥30) è associato a un rischio 1,7 volte superiore di infezioni gravi.

Traducendo questi hazard ratio in stime di impatto sulla popolazione, lo studio calcola che nel 2018 – prima della pandemia – l’8,6% delle morti per infezioni a livello globale era attribuibile all’obesità, pari a circa 400.000 decessi. Durante il 2021, anno del picco pandemico, questa frazione è salita al 15%, corrispondente a circa 2 milioni di morti su 13,6 milioni totali. Nel 2023, la stima si attesta al 10,8%, ovvero circa 600.000 decessi su 5,4 milioni.

Le infezioni maggiormente associate all’obesità

L’analisi per tipo di infezione rivela associazioni eterogenee ma ampiamente diffuse. Le infezioni cutanee e dei tessuti molli mostrano la correlazione più forte (hazard ratio 2,8), seguite dalle infezioni gastrointestinali (2,0) e da quelle urinarie e delle basse vie respiratorie (entrambe 1,7-1,8). Per il covid-19, disponibile solo nella coorte britannica, l’hazard ratio è risultato pari a 2,3.

Dal punto di vista microbiologico, le infezioni virali acute presentano un’associazione particolarmente marcata (2,3), mentre tra le batteriche il rischio varia da 1,6 per le forme invasive a 2,1 per quelle da micoplasmi. Le infezioni croniche mostrano un’associazione più debole (1,6), e alcune patologie specifiche come Hiv e tubercolosi non evidenziano associazione o mostrano addirittura correlazioni inverse, probabilmente per effetto di causalità inversa: la perdita di peso è infatti un segno caratteristico di queste condizioni.

Un aspetto rilevante è che le associazioni persistono in tutti i sottogruppi analizzati dopo aggiustamento per fattori socio-demografici, stili di vita e comorbilità (diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche) suggerendo che l’obesità rappresenti un fattore di rischio trasversale e indipendente dalla preesistenza di questi fattori.

Nel complesso, il quadro conferma una vulnerabilità immunologica diffusa nelle persone con obesità, plausibilmente legata a un’infiammazione cronica persistente di basso grado che compromette la capacità di offrire risposte immunitarie acute efficaci contro i patogeni.

L’impatto a livello globale

L’analisi per regioni del Global Burden of Disease rivela marcate disparità geografiche nella frazione di mortalità infettiva attribuibile all’obesità. Nel 2023, le percentuali più elevate si osservano in Nord Africa e Medio Oriente (22,5%), seguite dal Nord America ad alto reddito (24,9% nel 2021) e dall’Europa occidentale (16,2%). Al contrario, l’Asia meridionale mostra le frazioni più basse (4,1%), riflettendo prevalenze di obesità ancora relativamente contenute.

Queste disparità riflettono non solo le differenze nella prevalenza dell’obesità, ma anche l’interazione con altri determinanti di salute, l’accesso alle cure e le caratteristiche dei sistemi sanitari. Nei paesi ad alto reddito, dove l’obesità è più diffusa, la frazione di mortalità infettiva attribuibile raggiunge il 16,7%, mentre rimane più contenuta nelle regioni a basso e medio reddito, sebbene queste ultime stiano sperimentando transizioni epidemiologiche rapide.

La proiezione del Global Burden of Disease indica che nessun paese ha finora invertito la tendenza crescente della prevalenza di obesità negli adulti, suggerendo che il contributo di questo fattore di rischio al burden delle infezioni è destinato ad aumentare nei prossimi decenni, particolarmente nelle regioni in transizione epidemiologica.

Il ruolo emergente dei farmaci anti-obesità

Le evidenze osservazionali sulla riduzione del rischio infettivo in seguito a perdita di peso trovano supporto in recenti trial farmacologici. Lo studio SELECT, trial randomizzato che ha arruolato oltre 17.000 adulti con sovrappeso o obesità e patologie cardiovascolari, ha dimostrato che semaglutide 2,4 mg riduce la mortalità totale nell’arco di 3,3 anni, in parte attraverso una diminuzione delle morti correlate a infezioni.

Una meta-analisi di 21 trial su agonisti del recettore GLP-1 (follow-up medio 2,4 anni, circa 100.000 partecipanti) ha riportato una riduzione del 10% delle infezioni nei gruppi trattati. Questi risultati suggeriscono che la perdita di peso farmacologicamente indotta potrebbe tradursi in benefici sul fronte infettivo, sebbene siano necessari trial specificamente disegnati per confermare questa ipotesi causale.

Il trial SURPASS-CVOT, che ha confrontato tirzepatide con dulaglutide in pazienti diabetici con malattie cardiovascolari, ha fornito ulteriori evidenze sulla potenziale riduzione della mortalità infettiva attraverso terapie anti-obesità di nuova generazione.

Fonte Nyberg ST, Ahmadi-Abhari S, Pentti J et al. Adult obesity and risk of severe infections: a multicohort study with global burden estimates. Lancet 2026; https://doi.org/10.1016/S0140-6736(25)02474-2