Spillover: scienza e poetica della tracimazione


C’è una parola che attraversa il nostro tempo come un’onda silenziosa: spillover. Letteralmente sta per tracimazione. Un termine che negli ultimi anni ha assunto un preciso connotato scientifico per descrivere il salto di un patogeno da una specie all’altra. Una parola che ci si è impressa nella mente grazie, soprattutto, al saggio omonimo di David Quammen che nel 2012 preconizzava la pandemia che ci ha travolti.

Ma è un termine che oggi risuona come metafora perfetta di un’epoca in cui tutto trabocca, tutto deborda: virus, rifiuti, consumi, calore urbano, plastica negli oceani. Viviamo nell’era del troppo, dove ogni confine – naturale, sanitario, politico, sociale – viene continuamente oltrepassato da una società che supera i limiti con violenza, che produce e consuma quasi sempre senza riguardo, compromettendo l’ambiente, la salute umana e animale, il clima, la natura stessa.

Proprio questo concetto è al centro di due progetti apparentemente distanti ma profondamente connessi: la mostra “Spillovers: Notes on a Phenomenological Ecology” dell’artista sudafricano Chris Soal, visitabile al Corner MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo – fino al 27 novembre, e il progetto di Terza Missione “Spillover: come ti racconto la one health” ideato dal Dipartimento di sanità pubblica e malattie infettive della Sapienza Università di Roma e declinato nel podcast Spill-On-Air. Due linguaggi – l’arte e la scienza – che dialogano intorno a un’urgenza comune: comprendere e comunicare l’interconnessione tra tutti gli ecosistemi viventi, secondo il paradigma One Health.

Nelle sale del museo, Chris Soal – nato nel 1994 a Johannesburg – trasforma i detriti del consumo quotidiano in organismi pulsanti. Tappi di bottiglia, stuzzicadenti, carta vetrata: elementi espulsi dal sistema produttivo che si rigenerano in un linguaggio organico, capace di evocare formazioni cellulari, fenomeni geologici, architetture naturali. Opere che non sono semplici assemblaggi di materiali poveri, ma vere e proprie meditazioni sulla capacità della materia di tracimare verso nuove forme di esistenza. Il tappo di bottiglia della birra perde la sua identità di scarto per diventare cellula di un corpo più grande, parte di un ecosistema poetico che respira insieme al visitatore. È significativo che Soal utilizzi proprio i residui della società dei consumi – quegli oggetti usa e getta che produciamo in massa e scartiamo immediatamente –, materiali emarginati che possiedono un valore intrinseco oltre la loro funzione d’uso apparente per costruire narrazioni sulla marginalità e l’emancipazione.

Parallelamente, il podcast della Sapienza esplora la stessa tracimazione da una prospettiva scientifica. In sei episodi Spill-On-Air racconta come le zoonosi, la resistenza antimicrobica, la sicurezza alimentare, l’urban health e gli effetti del cambiamento climatico siano manifestazioni di un unico fenomeno: l’interconnessione tra salute umana, animale e ambientale. Quando alteriamo un ecosistema, quando produciamo senza limite, quando urbanizziamo senza pianificazione, creiamo le condizioni perché virus, inquinanti, squilibri tracimino da un dominio all’altro.

Secondo l’OMS, circa il 60% delle malattie infettive emergenti proviene da animali. Ebola, Aids, influenza aviaria, Covid-19 non sono eventi casuali ma conseguenze dell’impatto delle attività umane sugli ecosistemi. Gli allevamenti intensivi, l’abuso del suolo, la perdita di biodiversità, i cambiamenti climatici e le alte densità urbane favoriscono la diffusione di malattie ed epidemie. Ogni tracimazione sanitaria ha origine in una tracimazione ecologica e il paradigma One Health riconosce che la salute umana è strettamente connessa a quella animale e ambientale.

Ma c’è un’altra tracimazione possibile, una che ci dà speranza. Il progetto della Sapienza coinvolge studenti, giovani ricercatori e docenti in un approccio interdisciplinare che supera i confini tradizionali tra medicina, veterinaria, scienze ambientali, sociologia, comunicazione. È un modello che punta sulla formazione di una nuova generazione di professionisti capaci di pensare la salute in modo sistemico, riconoscendo che “la salute di ognuno è la salute di tutti”.

Questo sguardo rigenerativo riflette un movimento più ampio tra i giovani, ne abbiamo visti dei barlumi nelle piazze di questi mesi. Ragazze e ragazzi sempre meno affascinati dai paradigmi classici del consumo e del successo. Non si tratta di semplice ambientalismo, ma di una ricerca profonda di modelli alternativi, dove coordinamento, comunicazione e collaborazione – le tre parole chiave indicate dal CDC americano per la One Health – diventano strumenti concreti di cambiamento.

Chris Soal appartiene a questa generazione che non si accontenta di denunciare, ma costruisce alternative. Nei suoi lavori c’è una tensione che evoca possibilità di trasformazione, la creatività che deborda dai confini disciplinari: la materia scartata non viene solo riciclata in senso utilitaristico, ma trasfigurata. Da rifiuto a opera d’arte, da elemento inerte a organismo vivente, da problema a soluzione poetica.

Quando osserviamo da vicino le opere di Soal, la superficie compatta si dissolve rivelando l’assemblaggio meticoloso di singoli elementi – proprio come il podcast svela i dettagli e le connessioni nascoste tra scelte alimentari, urbanizzazione, cambiamento climatico e salute pubblica. È un invito a cambiare prospettiva, a riconoscere che ogni gesto quotidiano fa parte di un sistema più vasto.

La tracimazione non è solo catastrofe ma anche possibilità. Può essere il virus che salta da specie, ma anche l’idea che contagia le coscienze e diviene visione di futuro.