“La violenza si propaga attraverso ‘mappe sociali’ e la condivisione è fondamentale per costruire consapevolezza collettiva. Parlare diventa un atto politico, un modo per costruire nuove trame concettuali e interrogarsi sul presente”. Inizia così l’intervento di Pietro Demurtas, ricercatore CNR-IRPPS, che apre il convegno ‘Ricerca e intervento contro la violenza di genere: pratiche e relazioni per il cambiamento’ , che si è tenuto il 15 aprile presso il Consiglio nazionale delle ricerche a Roma.
L’incontro è stato organizzato con il Gender Equality Officer e dedicato a Maura Misiti, ricercatrice dell’IRPPS impegnata sui temi dello sviluppo della società dell’informazione e della giustizia di genere. Nel pomeriggio, una sala dell’IRPPS è stata intitolata alla sua memoria. All’evento hanno partecipato studiosi e studiose dei temi legati alla violenza di genere e al concetto stesso di genere, tra cui Pietro Demurtas, Antonella Veltri, Giusi Muratore, Franca Bimbi, Simona Lanzon, Oria Gargano, Patrizia Farina e Alberta Basaglia.
Uno dei primi argomenti affrontati è stato il tema della percezione della violenza di genere. Alla luce dei recenti femminicidi, che hanno coinvolto giovani donne in Sicilia e a Roma, è apparso evidente quanto sia diventato sempre più urgente parlare apertamente di questi fenomeni. Pietro Demurtas ha definito la violenza un fenomeno sommerso che, se non viene nominato, resta invisibile.
Demurtas ha presentato gli obiettivi del Progetto VIVA, che prosegue l’eredità di Maura Misiti, impegnata nella ridefinizione critica del concetto di genere in chiave femminista. Il progetto mira a costruire una rete di ricerca, comunicazione e intervento sociale. Demurtas ha poi citato l’importanza della Convenzione di Istanbul, adottata nel 2011 dal Consiglio d’Europa, primo trattato giuridicamente vincolante contro la violenza sulle donne e che riconosce la violenza di genere come violazione sistemica dei diritti umani. Oggi, 46 dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa l’hanno firmata, ma non tutti l’hanno ratificata. L’Unione europea ha concluso il suo processo di adesione nel 2023, ma resta emblematico il caso della Turchia, prima a firmare e ratificare, e poi a ritiratasi dalla Convenzione nel 2021.
Demurtas ha poi evidenziato tre pilastri per un’azione efficace delle istituzioni: formazione continua, approccio partecipato nella ricerca e trasparenza, in particolare nella condivisione dei dati, aspetto questo purtroppo spesso carente nell’ambito della ricerca.
Sul valore dei dati è intervenuta Giusi Muratore (ISTAT), sottolineando l’importanza di fare rete tra istituzioni e promuovere un’alleanza tra protezione e sostegno. I dati, ha ricordato, rendono visibile ciò che tende a restare sommerso: già nel 2006 oltre 7 milioni di donne in Italia avevano subito violenza. Nello stesso anno è stato attivato il numero 1522 e si è sviluppata una rete nazionale antiviolenza. Ma i dati non bastano: è attraverso le parole delle donne che si rompe il silenzio e si combattono gli stereotipi. Parlare è un atto politico. I centri antiviolenza non solo offrono supporto, ma costruiscono interpretazioni culturali e politiche del fenomeno. Le ricerche integrano esperienze e territori, mostrano la complessità del fenomeno della violenza. Contare significa riconoscere, e nominare significa trasformare.
Un intervento di rilievo è stato quello di Franca Bimbi, ex docente di sociologia all’Università di Padova. Ha proposto che la ricerca futura si focalizzi sulle violenze interpersonali e quotidiane, ma anche sui contesti di guerra, come quelli del 7 ottobre o dell’Ucraina, per comprendere meglio il vissuto delle donne e dei bambini. Ha criticato approcci che non sempre riflettono l’esperienza reale delle vittime, sollevando la necessità di ripensare il linguaggio usato per parlare di violenza, in particolare nei contesti istituzionali e accademici.
Bimbi ha anche richiamato esperienze formative come il progetto Urban, sottolineando la necessità di una conoscenza dal basso. Ha poi messo in guardia dal rischio di ridurre la narrazione della violenza alla sola dimensione della vittimizzazione femminile e ha analizzato il cosiddetto “paradosso nordico”, secondo cui nei paesi più avanzati in termini di parità di genere le donne sembrano più esposte alla violenza.
Infine, ha sottolineato quanto le percezioni della violenza siano legate alle norme sociali e alla violenza simbolica interiorizzata, che continua a plasmare le relazioni. Ha criticato la preminenza dell’approccio biografico nella narrazione pubblica e ha posto domande sulla rappresentazione di libertà ed erotismo nelle società contemporanee, spesso ridotte a forme di consumo.
In conclusione, l’incontro ha ribadito la necessità di unire ricerca, attivismo e istituzioni per affrontare la violenza di genere in modo sistemico. La violenza è un fenomeno strutturale, non episodico, e richiede un cambiamento nelle politiche e nella cultura quotidiana. Le parole e il lavoro di Maura Misiti ricordano che studiare e parlare di violenza è il primo passo verso una rete di solidarietà e una società fondata sul rispetto e sull’uguaglianza. In un mondo segnato da sfide globali, partire da dati, esperienze e ricerca condivisa è fondamentale per trasformare la cultura della violenza in una cultura del rispetto.



