“Un gruppo di studio dedicato all’antimicrobial stewardship ha già raccolto l’adesione di quasi 200 giovani infettivologi e continua a crescere. Vogliamo che si formino, che mettano le mani in pasta e siano protagonisti nella gestione di quella che definiamo ‘l’epidemia del futuro’, ovvero la resistenza antimicrobica”. Inizia dall’orgoglio per questa iniziativa la nostra conversazione con Roberto Parrella, presidente della Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit), e direttore della Uoc di Malattie infettive ad indirizzo respiratorio presso l’Ospedale Cotugno di Napoli.
A colloquio con Roberto Parrella
Perché l’Italia registra dati poco confortanti sulla resistenza antimicrobica rispetto ad altri Paesi europei?
Il problema va affrontato sia a livello ospedaliero sia territoriale. Il consumo inappropriato di farmaci, soprattutto antibiotici, è un fattore determinante. Serve una cultura più forte sul corretto utilizzo di questi farmaci, sia tra i professionisti, tra i medici che lavorano sul territorio, sia tra i cittadini. Un ruolo chiave potrebbe essere svolto dall’infettivologo, che ha competenze specifiche per guidare l’uso mirato dei farmaci contro i patogeni emergenti. Inoltre, il controllo delle infezioni ospedaliere e l’antimicrobial stewardship devono diventare pilastri della lotta alla resistenza.
Qual è il ruolo del territorio, che lei citava, in questa battaglia?
Negli ultimi anni, normative come il d.m. 77 e i fondi del Pnrr hanno spinto verso una maggiore decentralizzazione. L’obiettivo è portare le risorse diagnostiche e terapeutiche più vicine ai cittadini. Le case di comunità, la terapia domiciliare e i servizi sul territorio possono alleggerire il carico sugli ospedali e migliorare la gestione delle malattie infettive, soprattutto per pazienti cronici e fragili.
Questo è stato uno dei temi principali del recente congresso Simit, nel quale sono emerse anche alcune proposte legate all’innovazione tecnologica e terapeutica. Quali?
Abbiamo incluso incontri e simposi dedicati al ruolo dell’intelligenza artificiale nella diagnosi e terapia delle malattie infettive. L’obiettivo è esplorare le sue potenzialità, ma anche i rischi associati, inclusi gli aspetti medico-legali. Un altro tema davvero innovativo nella lotta contro i batteri resistenti è la terapia fagica: una possibile alternativa agli antibiotici che usa batteriofagi, virus specializzati nel parassitare e distruggere i batteri. L’abbiamo voluto affrontare con un corso specifico.
Quali sono stati gli altri elementi emersi dal congresso?
Ci siamo concentrati su temi classici e attuali della medicina infettiva. Dalla gestione delle terapie per patologie croniche, come è ormai l’Hiv, che oggi possiamo considerare una malattia cronica gestibile, alle strategie per far emergere il sommerso dell’epatite cronica da Hcv. Il focus principale, però, è stato sulla resistenza antimicrobica e sull’antimicrobial stewardship: la gestione e prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza. Questo tema richiama fortemente l’attenzione delle istituzioni, in particolare per un utilizzo ottimale dei fondi del Pnrr e in generale delle risorse della nostra sanità.
A questo proposito, un caso emblematico delle infezioni correlate all’assistenza è al centro della consensus italiana realizzata con il metodo Delphi che lei ha da poco firmato insieme ad altri colleghi di diverse discipline, su quella che l’Ecdc indica come l’infezione gastrointestinale più diffusa in Europa, visto che rappresenta il 62,1% dei casi registrati: la Clostridioides difficile infection (CDI).
Parliamo spesso di risorse per la sanità. Ogni ricovero costa allo Stato diverse migliaia di euro, dobbiamo lavorare per migliorare questo aspetto a beneficio dei pazienti e del sistema. Il caso della CDI è emblematico perché le scelte terapeutiche influiscono notevolmente sulle recidive e sulle riospedalizzazioni che, oltre ad essere dannose per i pazienti, hanno costi misurati in circa 10.000 euro per ogni ricovero.
Un altro tema cruciale è quello delle patologie emergenti e tropicali. Qual è il quadro attuale alla luce anche del cambiamento climatico?
Parliamo di problematiche collegate a vettori come zanzare e zecche, dall’arbovirosi al West Nile virus. Inoltre, ci stiamo aggiornando sull’epidemia di Marburg, che sta attirando attenzione a livello globale. È essenziale mantenere alta la guardia e rafforzare le reti di monitoraggio e intervento, anche in questo caso lavorando maggiormente a livello locale.
La prevenzione resta un altro pilastro fondamentale. Qual è la situazione delle campagne vaccinali?
Purtroppo registriamo una ‘stanchezza vaccinale’ post-covid, con una diminuzione delle adesioni sia per l’influenza sia per altre vaccinazioni come quella antipneumococcica e contro il morbillo. È comprensibile, ma dobbiamo lavorare per riportare fiducia nella popolazione, specie tra gli over 65 e chi ha patologie croniche. Occorre migliorare la comunicazione, contrastare la disinformazione e facilitare l’accesso ai vaccini. La nostra proposta è di offrire le vaccinazioni direttamente nei centri oncologici o ambulatori dedicati alle patologie croniche.
In conclusione, che lezione ci ha lasciato la pandemia da covid-19?
La sfida contro le malattie infettive richiede uno sforzo condiviso: innovazione, prevenzione e un sistema sanitario che sia vicino al cittadino. Solo così potremo affrontare al meglio le sfide del presente e del futuro.



