Qual è l’impatto sulla salute della popolazione di Gaza colpita dalla guerra? Vista la situazione internazionale, che panorama si prospetta nella ricostruzione della striscia di Gaza, dal punto di vista della sanità pubblica?
Angelo Stefanini, medico volontario del PCRF (Palestine Children’s Relief Fund) fa un’analisi della situazione. “Le prospettive sono devastanti: proprio adesso che ci sarebbe bisogno di risorse per la sanità da parte dell’Oms e dell’UNRWA – l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel vicino oriente – con la tregua ci stiamo rendendo conto dell’entità della devastazione che la guerra ha provocato, anche in termini strutturali. Facciamo un po’ di conti: meno della metà degli ospedali sono funzionanti, il 25% dei feriti, cioè circa 30.000 persone hanno subito lesioni che cambiano la vita e quindi avranno bisogno di riabilitazione continua. Non esiste più l’assistenza sanitaria specializzata, sono necessarie e urgentissime le evacuazioni mediche all’estero.
Le malattie infettive sono aumentate in modo massiccio di pari passo con la malnutrizione: questo non significa soltanto morti per mancanza di cibo sufficiente per sopravvivere, ma la malnutrizione in sé rappresenta un fattore di rischio potentissimo per la nascita di malattie infettive, e quindi la mortalità aumenta e c’è un rischio persistente di carestie.
Inoltre, non c’è più sicurezza, c’è un collasso dell’ordine pubblico, la popolazione presa dall’urgenza di procurarsi il cibo commette crimini efferati, oltre alla presenza di bande armate che sollevano ulteriori preoccupazioni.
In questo scenario drammatico l’Oms dovrebbe coordinare la ripresa e la risposta, ma ora che inizia a venire a mancare l’apporto finanziario degli Stati Uniti– che è fondamentale poiché sono i maggiori donatori – è chiaro come l’Oms e le altre agenzie delle Nazioni Unite verranno messe in condizione di non poter fare molto.
A mio avviso questo è un quadro molto preoccupante per il futuro poiché siamo di fronte a una grande quantità di fattori di rischio: la popolazione che ora sta sopravvivendo dovrà continuare a farlo nel lungo periodo con il minimo indispensabile. Un fattore di rischio sanitario importantissimo per i prossimi anni riguarda la contaminazione ambientale da metalli pesanti, dovuta a ordigni che sono stati esplosi e anche inesplosi, soprattutto per i bambini.
Appena sarà possibile ci si aspettano aiuti umanitari da molti Paesi, ma la ricostruzione è una chimera; lo abbiamo visto dalle esperienze degli anni passati. La ripresa sarà caotica. Io l’ho vissuto personalmente come responsabile dell’Oms: gli attori coinvolti litigano sulle misure da adottare privilegiando investimenti visibili e stabilendo le loro condizioni per l’aiuto. Quando comincerà il sostegno umanitario mi aspetto una valanga di interventi. Ho visto da vicino l’aiuto psichiatrico che si mette in campo in contesti bellici per assistere persone colpite da traumi e disagi psichici e psichiatrici, ed è stata un’esperienza negativa per la presenza di “avvoltoi”; anche nelle università dove mi sono trovato di fronte a ricercatori che venivano a fare lavoro di ricerca senza grossa attenzione ai bisogni reali della popolazione locale.
La definirei una “tempesta perfetta”: proprio ora che l’Oms e i suoi partner avrebbero bisogno di un massiccio aumento di finanziamenti per soddisfare le esigenze sanitarie immediate per iniziare a ripristinare il sistema sanitario di un luogo devastato, viene a mancare la componente principale di questi aiuti. Non so se gli Stati membri ora potranno compensare l’assenza degli Stati Uniti in termini economici. Il Qatar a Gaza ha sempre fatto sentire la sua influenza, finanziando alcuni ospedali e sostenendo il settore sanitario, però sarà difficile rimpiazzare le risorse statunitensi sia quantitativamente che qualitativamente, soprattutto per il ritiro delle risorse umane che rappresentano una parte importante del personale dell’Oms.
A mio parere, un aspetto molto importante mai considerato a sufficienza è il coinvolgimento più stretto possibile della popolazione locale, nell’identificazione dei bisogni e delle priorità. Mi riferisco sia a professionisti che a rappresentanti politici delle comunità locali nelle scelte che riguardano la vita e la morte della gente, anche per restituire loro dignità e rispetto invece di compassione e carità. Quale processo decisionale verrà utilizzato? Chi verrà coinvolto? Chi saranno i veri beneficiari?”.
Maurizio Bonati – medico, già responsabile del Dipartimento di Salute pubblica e del Laboratorio per la Salute materno infantile dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano e direttore della rivista bimestrale Ricerca & Pratica – è autore del volume ‘Il cronico trauma della guerra’. Bonati contribuisce all’analisi della situazione della salute pubblica a livello internazionale. “Il ruolo dell’Oms sulla salute globale è secondario se non ultimo nelle emergenze e nelle guerre, e su questo la situazione di Gaza la dice lunga: come nel caso di tutte le organizzazioni internazionali, in realtà è la politica dei rapporti di forza che incide, e sono prevalentemente gli Stati Uniti a decidere. Per esempio, quando sono stati distrutti gli ospedali l’ONU non è potuta entrare. In questo contesto è importante sottolineare qual è nella realtà il ruolo dell’Oms: non ha potere attuale ma dà raccomandazioni a cui i singoli Stati possono attenersi o meno. L’Oms nel momento di bisogno in emergenza e durante le guerre mette a disposizione esperti o crea unità operative – per esempio deve garantire il ripristino del sistema sanitario nazionale di un paese – però soltanto in termini di indicazioni. Lavora sul campo ma non in modo indipendente come fanno associazioni o Ong, ma interviene solo per dare consigli di gestione ai governi; anche a livello locale è la politica che decide. Il suo ruolo è sempre venuto meno e sempre più burocratizzato, ormai rappresenta l’ennesimo pachiderma organizzativo non adeguato alle responsabilità che ha. È il problema di queste grosse agenzie che finiscono per disperdere energie e risorse, anche perché nel momento in cui vengono proposte e organizzate misure per conto dei governi, poi gli stessi governi non le portano avanti, o perché sono vittime e non hanno potere – nel caso delle guerre e delle occupazioni territoriali è molto comune – oppure devono allinearsi e c’è una spartizione rispetto all’appartenenza a gruppi o a sodali politici internazionali”.
L’Oms ormai non ha potere, lo aveva a suo tempo quando era gestita prevalentemente dagli Stati Uniti, così come altri organismi che, nel corso della storia che cambia, perdono peso. Basti vedere che al direttore dell’Oms è stato impedito di entrare nella striscia di Gaza e non lo hanno voluto ricevere in Israele.
A cura di Federica Ciavoni



