Aderenza alla terapia antidiabetica e barriere socioeconomiche


Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), la prevalenza del diabete mellito è in costante aumento. Se nel 2000 la stima globale di adulti con diabete era pari a 151 milioni, secondo l’International Diabetes Federation nel 2021 oltre 500 milioni di persone tra i 20 e i 79 anni nel mondo erano affette da diabete, circa 1 adulto su 10. Questa cifra sembra destinata ad aumentare a 643 milioni nel 2030 e a 783 milioni nel 2045.

IL DIABETE IN ITALIA

In Italia circa il 6% della popolazione, cioè quasi 4 milioni di persone, è affetta da diabete di tipo 2, la forma dell’età adulta. Tuttavia si stima che a questo numero si possano aggiungere circa 1,5 milioni di persone colpite da malattia non ancora diagnosticata. Secondo i dati del sistema di sorveglianza Passi 2020-2021, il 4,7% della popolazione adulta tra i 18 e i 69 anni ha una diagnosi di diabete. La prevalenza del diabete cresce con l’età (è del 2% nelle persone <50 anni e sfiora il 9% fra quelle di 50-69 anni), è più frequente tra gli uomini che tra le donne (5,1% vs 4,2%) e nelle fasce di popolazione socio-economicamente più svantaggiate. Pur essendo in parte prevenibile, il diabete, come altre malattie croniche, sembra dunque nettamente più diffuso tra i gruppi socialmente sfavoriti, poiché fattori legati al contesto socioeconomico, alle condizioni di vita e di lavoro nonché fattori culturali e psicosociali assumono un ruolo rilevante nella storia naturale della patologia. La genesi delle disuguaglianze va ricercata probabilmente già nell’età infantile, in un progressivo squilibrio tra fattori di protezione e fattori dannosi per la salute, come l’adozione di abitudini non salutari, tra cui inattività fisica e sedentarietà, scorretta alimentazione, tabagismo e consumo di alcol.

L’ADERENZA ALLA TERAPIA

Se il trattamento più efficace per i pazienti affetti da diabete di tipo 2 si basa essenzialmente su mutamenti dello stile di vita e sull’uso di farmaci, l’aderenza alla terapia, farmacologica e non, rappresenta talora un problema di non semplice soluzione, specie nei pazienti affetti da malattie croniche, per i quali le regole o le terapie si trasformano in una norma da seguire ‘per tutta la vita’. È noto infatti che, almeno nei paesi sviluppati, l’aderenza a una terapia a lungo termine non oltrepassa mediamente il 50%. In tal modo, i pazienti non ottengono i benefici previsti e, cosa peggiore, un trattamento sub-ottimale si traduce in un peggioramento della qualità di vita, in un aumento del consumo di risorse sanitarie e, in ultima analisi, in un incremento della spesa sanitaria. Malgrado le raccomandazioni più volte espresse dall’Oms, che considera la promozione di interventi per incrementare l’aderenza ai trattamenti medici una priorità, i risultati ottenuti in vari settori restano largamente al di sotto delle attese.

La quota di pazienti aderenti alla terapia, a distanza di 6-24 mesi, varia, secondo i dati disponibili, dal 33% al 90%. Tuttavia, per ottenere una stima attendibile del fenomeno, occorre distinguere tra ‘aderenza iniziale’, cioè dopo la prima prescrizione terapeutica, e ‘persistenza’, che indica l’intervallo di tempo tra l’inizio della terapia e la sua eventuale sospensione. È evidente, infatti, che l’aderenza iniziale può essere influenzata dalla visita con il medico, dalle convinzioni dei pazienti nonché da precedenti esperienze di salute, oltre che dalla reazione emotiva dinanzi alla diagnosi di una malattia precedentemente sconosciuta. La persistenza del trattamento è invece legata principalmente ai possibili effetti collaterali e alla eventuale percezione della mancata efficacia della terapia.

RISULTATI DI UNO STUDIO SVEDESE

Uno studio di coorte condotto in Svezia ha monitorato l’aderenza alla terapia di un campione di oltre 8.500 pazienti adulti ambulatoriali con diabete di tipo 2, mai trattati in precedenza, seguiti per un periodo complessivo di 2 anni dal momento della prima prescrizione. È stata rilevata una aderenza iniziale superiore al 90%, che si è progressivamente attenuata nei mesi successivi. A distanza di 2 anni poco più del 60% dei pazienti continuava ad assumere la terapia iniziale.

L’analisi effettuata nei vari sottogruppi di utenti del servizio sanitario ha rilevato che i disoccupati e le donne mostravano le percentuali più basse di persistenza. Complessivamente, i fattori significativamente associati con basse percentuali di aderenza iniziale e persistenza erano i bassi salari, le fasce d’età estreme (giovani e anziani), la provenienza da paesi extraeuropei e la terapia con farmaci diversi dalla metformina. In particolare, il 94% di coloro cui veniva prescritta la metformina in monoterapia risultava ancora in trattamento a 30 giorni (rispetto all’80% di quelli curati con insulina o politerapie) ma questa forbice si allargava in maniera consistente a distanza di 2 anni, allorché le percentuali erano rispettivamente del 67% e 22%.

 

CONCLUSIONI

I dati dello studio rivelano che l’aderenza iniziale dei pazienti diabetici alla prescrizione medica è più che accettabile, ma si riduce fisiologicamente nel tempo. Il problema principale è rappresentato dai pazienti economicamente e socialmente svantaggiati, cui il sistema sanitario deve assicurare un supporto particolare. La scarsa adesione alle terapie antidiabetiche determina un’inutile sofferenza per i pazienti e costi aggiuntivi per la sanità pubblica, considerando anche che i costi diretti e indiretti delle complicanze del diabete attribuibili a un cattivo controllo della malattia sono 3-4 volte maggiori rispetto ai pazienti ben trattati. Una volta individuate le variabili principali del fenomeno (vedi figura), l’obiettivo deve essere migliorare la qualità di vita in una malattia cronica che può risultare seriamente invalidante, ma anche ridurre le diseguaglianze e assicurare nel contempo un significativo risparmio di risorse.

 

 

 

 

Giancarlo Bausano

Fonte Ekenberg M, Qvarnström M, Sundström A et al, Socioeconomic factors associated with poor medication adherence in patients with type 2 diabetes, Eur J Clin Pharmacol 2024; 80: 53-63

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Da CARE 4-5, 2024