Negli ultimi mesi, il dialogo tra Cina e Paesi occidentali sulle politiche del farmaco ha assunto un profilo meno ideologico e più pragmatico. Al di là delle tensioni geopolitiche che continuano a segnare i rapporti internazionali, il settore biofarmaceutico sembra muoversi lungo una traiettoria diversa, fatta di interdipendenze, convergenze regolatorie e collaborazioni sempre più strutturate che nel corso del 2026 dovrebbero aprire ulteriori scenari.
Secondo il Wall Street Journal, Trump ha dato una spinta alle aziende biotech cinesi: importando negli Stati Uniti i controlli sui prezzi dei farmaci adottati all’estero, ha finito con l’aggravare un errore già commesso da Biden. Una volta di più, l’analisi del quotidiano newyorkese punta i riflettori sull’industria farmaceutica cinese.
Le grandi aziende farmaceutiche guardano oggi con crescente interesse alle biotech cinesi come fonte di nuovi asset per le proprie pipeline: nel 2025 il 35% degli accordi mondiali ha avuto origine in Cina. Il Paese è inoltre diventato rapidamente un hub per sperimentazioni cliniche più rapide e meno costose, raggiungendo un traguardo simbolico nel 2024, quando Jiangsu Hengrui Pharmaceuticals ha superato AstraZeneca come primo sponsor mondiale di studi clinici.
Questa ascesa, tuttavia, non è stata priva di attriti. I legislatori statunitensi monitorano con crescente cautela i potenziali rischi per la sicurezza legati alle collaborazioni tra aziende cinesi e imprese americane e, dopo anni di dibattito, hanno affrontato la questione con il Biosecure Act. Inserita nel National Defense Authorization Act, la legge impone ora alle aziende statunitensi che ricevono fondi o contratti federali di interrompere i legami della catena di fornitura con alcune imprese cinesi.
Eppure, nonostante questi ostacoli, la Cina si è ormai affermata come una potenza globale nella ricerca e sviluppo farmaceutica. I dati più recenti sullo sviluppo dei farmaci confermano che la Cina non è più soltanto un grande mercato o un hub manifatturiero, ma uno dei principali attori globali nella ricerca e nella sperimentazione clinica. Oggi una quota significativa delle nuove molecole in sviluppo a livello mondiale nasce, o passa in modo decisivo, da studi condotti in Cina, spesso in partnership con aziende, centri accademici e CRO occidentali.
Questo mutamento ha implicazioni dirette anche per le politiche regolatorie. Le autorità sanitarie cinesi, in particolare la National Medical Products Administration, hanno accelerato negli ultimi anni i processi di valutazione e autorizzazione degli studi clinici, riducendo i tempi e allineando progressivamente i requisiti scientifici a quelli richiesti dalle grandi agenzie occidentali. Un’evoluzione che rende sempre meno eccezionale l’utilizzo, anche in Europa e negli Stati Uniti, di dati clinici generati in Cina, seppure talvolta accompagnati da studi di bridging.
Sul fronte opposto, FDA ed EMA si trovano a fare i conti con una realtà in cui una parte crescente dell’innovazione – soprattutto in oncologia, nelle terapie avanzate e nei nuovi biologici – matura fuori dai confini tradizionali dell’Occidente. Non sorprende quindi che, accanto a misure difensive e a nuove cautele normative, si moltiplichino anche i canali di confronto tecnico e scientifico, spesso silenziosi ma concreti, su endpoint clinici, disegni di studio, real-world evidence e utilizzo di strumenti digitali.
In questo quadro, la cooperazione tra Cina e Paesi occidentali appare sempre meno come una concessione politica e sempre più come una necessità sistemica. La pressione sui costi della ricerca, la complessità crescente degli studi clinici e l’urgenza di rispondere a bisogni terapeutici ancora insoddisfatti spingono verso modelli di sviluppo condivisi, in cui competenze, popolazioni di pazienti e infrastrutture vengono integrate lungo catene globali del valore.
Molte grandi aziende biotech cinesi (come Jiangsu Hengrui Pharmaceuticals o Sino Biopharmaceutical) guardano ormai all’accesso ai mercati europei e nordamericani come a un passaggio naturale del proprio sviluppo, e alcune hanno già compiuto un passo ulteriore, riposizionandosi nel mercato occidentale, come BeOne, già BeiGene, prendendo le distanze dalle proprie radici cinesi adottando un nuovo nome e trasferendo la sede centrale in Svizzera. Questo, mentre numerose aziende occidentali considerano la Cina non solo un luogo dove cercare nuovi asset, ma un partner scientifico a pieno titolo, capace di contribuire anche alla definizione delle strategie cliniche.
In oncologia, in particolare, questa convergenza è già visibile: dai grandi studi multicentrici alle licenze incrociate, fino alla condivisione di piattaforme tecnologiche come gli ADC e le terapie cellulari.
La sfida, nei prossimi anni, sarà trasformare questa cooperazione di fatto in una cooperazione di sistema. Se il dialogo regolatorio continuerà ad approfondirsi e se la fiducia reciproca sui dati clinici verrà consolidata, è plausibile immaginare un futuro prossimo in cui la collaborazione tra Cina e Occidente non riguardi soltanto la ricerca, ma anche la pratica clinica e l’accesso equo ai nuovi farmaci. Un futuro in cui l’innovazione non avrà più un’unica geografia, ma parlerà davvero una lingua globale.



