Recentemente sulle pagine di Care è stata richiamata l’attenzione su una survey internazionale promossa dalla Cambridge University Press che ha coinvolto oltre 3.000 ricercatori, editori, e finanziatori della ricerca. Lo studio evidenzia una crescente insoddisfazione nei confronti dell’attuale sistema di valutazione accademica e riporta al centro del dibattito il modello del publish or perish, spesso accusato di premiare il numero delle pubblicazioni più che il loro effettivo contributo scientifico.
Ne discutiamo dal punto di vista dello European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione no profit che riunisce ricercatori interdisciplinari impegnati nella promozione della ricerca, dell’innovazione e della collaborazione scientifica internazionale, e che si confronta quotidianamente con le opportunità e le criticità del sistema della ricerca contemporanea.
La bibliometria non è il problema
Nel dibattito sul publish or perish gli indicatori bibliometrici vengono spesso indicati come il principale responsabile delle distorsioni del sistema accademico. Una lettura di questo tipo rischia però di essere eccessivamente semplicistica.
Gli indicatori bibliometrici presentano limiti noti: non sempre colgono la qualità effettiva di una ricerca e talvolta incentivano strategie orientate all’aumento del numero delle pubblicazioni. Tuttavia, rappresentano anche uno dei pochi strumenti relativamente oggettivi disponibili per valutare l’attività scientifica, soprattutto nei concorsi e nelle procedure di reclutamento. In sistemi di selezione già caratterizzati da ampi margini di discrezionalità, ridurne eccessivamente il peso potrebbe aumentare il rischio di valutazioni arbitrarie.
Affidarsi eccessivamente a colloqui o giudizi qualitativi rischia infatti di aumentare la discrezionalità: in tempi brevi è difficile valutare il contributo complessivo di un ricercatore, specie nelle discipline più complesse. Per questo motivo, più che ridurre il peso degli indicatori oggettivi, sarebbe opportuno affiancarli a criteri misurabili come la didattica, il mentoring e la peer review, valorizzando dimensioni della ricerca spesso trascurate.
Le attività che il sistema continua a sottovalutare
La ricerca scientifica non si esaurisce nella pubblicazione di articoli. Esistono attività fondamentali che contribuiscono al funzionamento dell’intero ecosistema della ricerca: la didattica universitaria, il mentoring dei giovani ricercatori, la costruzione di collaborazioni internazionali, la condivisione di dati, e soprattutto la peer review.
Quest’ultima rappresenta uno dei pilastri della scienza moderna. Eppure, nella maggior parte dei casi, questa attività riceve un riconoscimento limitato. I revisori contribuiscono al funzionamento e alla qualità del sistema scientifico, ma raramente ottengono incentivi proporzionati all’importanza del lavoro svolto. Attribuire maggiore valore alle attività di peer review e all’impegno didattico all’interno dei sistemi di valutazione e delle progressioni di carriera non significa sostituire gli indicatori bibliometrici, ma affiancarli ad altri criteri verificabili e misurabili.
Un sistema che si regge sul lavoro della comunità scientifica
Oggi, gran parte del processo di validazione della ricerca si basa sul contributo di ricercatori che operano presso università ed enti di ricerca. Sono loro che svolgono le revisioni anonime, valutano metodologie, e verificano i risultati, contribuendo a mantenere elevati standard qualitativi.
Naturalmente gli editori scientifici svolgono funzioni importanti e sostengono costi reali. Tuttavia, è difficile ignorare il fatto che una parte significativa del valore prodotto dal sistema derivi dal lavoro della comunità scientifica stessa, e che i principali gruppi editoriali scientifici internazionali presentino risultati economici solidi e margini di profitto spesso superiori a quelli di molti altri settori dell’economia.
Questo tema emerge con particolare evidenza nel dibattito sull’open access. Rendere la ricerca accessibile rappresenta un obiettivo condivisibile e necessario, ma l’accesso aperto non elimina il problema dei costi: li redistribuisce. Molte pubblicazioni open access vengono finanziate attraverso accordi trasformativi sottoscritti da università ed enti di ricerca o tramite costi di pubblicazione sostenuti dagli autori – risorse che provengono, direttamente o indirettamente, dal sistema pubblico della ricerca.
Ripensare le infrastrutture della conoscenza
Naturalmente, la peer review rimane uno strumento fondamentale per garantire la qualità scientifica delle pubblicazioni. Tuttavia, sarebbe difficile sostenere che rappresenti un sistema perfetto: reperire revisori qualificati è sempre più difficile, e il lavoro di referaggio continua a essere svolto prevalentemente su base volontaria e con incentivi limitati.
Questo non significa mettere in discussione il valore della revisione tra pari, ma riconoscere che il sistema si fonda in larga misura sulla disponibilità dei ricercatori a dedicare tempo e competenze a un’attività essenziale ma poco valorizzata.
Allo stesso tempo, la validazione della conoscenza scientifica non si esaurisce necessariamente nella valutazione effettuata da due o tre revisori anonimi. Una volta pubblicato, un articolo entra nel dibattito scientifico, viene letto, discusso, criticato, replicato e citato da una comunità molto più ampia. In molti casi è proprio questo confronto esteso a determinarne il reale valore scientifico nel tempo.
Da questo punto di vista, le nuove tecnologie offrono opportunità che meritano attenzione. In numerose discipline, soprattutto nelle scienze naturali e fisiche, gli archivi di preprint svolgono un ruolo importante nella diffusione dei risultati della ricerca prima della pubblicazione definitiva: l’articolo viene reso disponibile alla comunità scientifica, discusso e valutato informalmente da un numero molto più elevato di studiosi, prima ancora di essere accettato da una rivista.
Ciò non sostituisce il referaggio tradizionale, ma suggerisce che possano esistere forme complementari di validazione scientifica. Una maggiore integrazione tra archivi di preprint, peer review e piattaforme digitali potrebbe contribuire ad ampliare la diffusione della conoscenza e a rafforzare i processi di controllo e verifica successivi alla pubblicazione.
In questa prospettiva, anche all’interno dello European Youth Think Tank si è discusso della possibilità di sviluppare, nel lungo periodo, piattaforme pubbliche o europee capaci di integrare archivi di preprint, sistemi di peer review riconosciuti e procedure aperte di disseminazione della ricerca.
Se il cuore della validazione scientifica continua a essere rappresentato dalla peer review e se i revisori provengono prevalentemente da università ed enti pubblici di ricerca, è legittimo chiedersi se possano essere sviluppate infrastrutture pubbliche o europee simili alle riviste, divise per settore e complementari ai modelli editoriali esistenti.
L’obiettivo non sarebbe sostituire le riviste scientifiche tradizionali, ma affiancare ai modelli esistenti strumenti pubblici in grado di valorizzare maggiormente il contributo della comunità scientifica, riconoscere il lavoro dei revisori e ridurre alcuni costi di sistema.
La sfida che emerge dal dibattito sul publish or perish non riguarda soltanto il numero delle pubblicazioni. Riguarda il modo in cui una società sceglie di valutare, incentivare e finanziare la produzione della conoscenza. I criteri oggettivi rimangono indispensabili e la bibliometria continuerà probabilmente a svolgere un ruolo importante. Ma un sistema maturo dovrebbe essere capace di riconoscere anche il valore della didattica, della revisione tra pari e di tutte le attività che, pur essendo meno visibili, rendono possibile il funzionamento della ricerca scientifica.



