Nicola Caranci: l’epidemiologia come strumento per contrastare le disuguaglianze

Nicola Caranci Epidemiologia sociale

Nicola Caranci, esperto di epidemiologia ambientale e sociale, fa un’analisi sull’evoluzione dei diversi metodi di raccolta dati e di ricerca offerti dagli strumenti epidemiologici e statistici per studiare l’accesso alla salute della popolazione, tenendo conto dei fattori ambientali, demografici e socioeconomici in grado di mettere in luce anche evidenze sull’equità.

 A colloquio con Nicola Caranci

Settore Innovazione nei Servizi Sanitari e Sociali, Direzione Generale Cura della Persona, Salute e Welfare, Regione Emilia-Romagna

Quali strumenti epidemiologici si utilizzano per individuare le disuguaglianze di salute nella popolazione e qual è il loro ruolo nello stimolare politiche in grado di favorire una maggiore equità?

Gli strumenti epidemiologici che si usano correntemente nell’epidemiologia dei servizi ai livelli di Aziende sanitarie, Regioni e anche a livello nazionale negli Enti centrali sono principalmente basati sui dati del sistema informativo sanitario nazionale (NSIS; ad esempio: ricoveri, accessi al Pronto Soccorso, visite specialistiche), che rilevano l’assistenza a cui la popolazione ricorre, sui dati che derivano dalla statistica ufficiale (come, ad esempio, il censimento della popolazione) e sulle varie informazioni che ci dicono come si muove la popolazione e quali bisogni esprime sui vari territori, tramite i dati anagrafici o da indagini specifiche (anagrafi comunali, indagine Multiscopo Istat, Sistema PASSI). Componendo queste informazioni, si alimenta la possibilità di sviluppare studi osservazionali di diversa natura, da quelli con approccio più descrittivo ed ecologico, nei quali l’informazione si mette a frutto per profili di salute o di specifici fattori influenti, fino a quelli analitici, nei quali – con un’integrazione di microdati – si riesce ad entrare nel dettaglio dell’analisi dell’associazione tra determinanti sociali/demografici/ambientali ed esisti di salute/assistenza.

Tali sistemi di fonti e di dati offrono evidenze sull’andamento dei fattori influenti sull’equità, che interpellano vari settori delle politiche pubbliche (non solo di quelle sanitarie; ad esempio, quello ambientale; si veda, a questo proposito,  Modello concettuale e possibili dati per il monitoraggio delle disuguaglianze nei siti contaminati [Zengarini N, Caranci N. ISTISAN 20/21 . ISS 2020]) e permettono ai decisori di avere rappresentazioni dello status quo o sull’andamento di fenomeni di loro interesse.

Ci sono stati dei progressi nello sviluppo dei sistemi di raccolta dei dati che hanno consentito di colmare le difficoltà nel raccogliere informazioni sui fattori sociali correlati agli indicatori di salute che si riscontravano in passato?

Ci sono state delle evoluzioni perché i flussi dei dati sull’uso dei servizi e sui bisogni di salute si sono consolidati, sono diventati più articolati e coprono più settori dell’assistenza sanitaria. C’è una collaborazione più estesa con la statistica ufficiale, ad esempio con l’Istituto Nazionale di Statistica, e le relative indagini coprono periodi più lunghi e quindi si possono ricostruire serie nel tempo più lunghe per analizzare i fenomeni. Quindi si è guadagnata capacità di osservazione tramite archivi di dati esistenti e sono diventati più frequenti studi su popolazioni più ampie e meno frequenti studi disegnati ad hoc sul campo. Nella collaborazione con la statistica ufficiale vari registri, che alimentano, ad esempio, il censimento e le anagrafi dei comuni, e dunque le varie informazioni sulle condizioni socioeconomiche e demografiche della popolazione, già integrano fonti e si può prevedere che siano disponibili anche per gli sviluppi nell’epidemiologia descrittiva e analitica.

Quali sono le prospettive future per lo sviluppo e l’uso degli strumenti epidemiologici nell’affrontare le disuguaglianze nella salute?

I dati provenienti dalla statistica ufficiale potranno ulteriormente contribuire agli sviluppi di attività analitiche, come gli studi longitudinali, dove si seguono le popolazioni nel tempo e si acquisiscono via via più variabili necessarie per descrivere i bisogni di salute e il ricorso ai servizi. Tali studi sono organizzati in rete o partecipano a progetti nazionali con impianti metodologici omogenei e in grado di produrre risultati confrontabili, rafforzando collaborazioni in essere da oltre 20 anni. Inoltre, sarà molto rilevante riuscire a mettere a frutto la mole di informazione che il sistema di dati sanitari avrà maturato, soprattutto in relazione a strumenti come il Fascicolo Sanitario Elettronico, che potrebbe anche permettere di seguire la “storia di salute” delle persone per le quali si organizza la promozione della salute e l’assistenza sanitaria. L’attività per far crescere i sistemi integrati di dati, che includano registri centrati sulle persone e che coprano ambiti più ampi di determinanti ed esiti, permetterà di estendere le capacità di monitoraggio e studio, da complementare con le rilevazioni ad hoc (come la continuazione delle indagini Istat e della sanità, che coprono aspetti soggettivi di salute, fattori comportamentali e assistenza) e, insieme allo sviluppo delle modalità di accesso ai dati aperto alle comunità (del tipo open data), potrà costituire una prospettiva ulteriormente promettente.

Intervista a cura di Mara Losi

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Da CARE 4-5, 2024

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