Come facilitare l’aderenza alle prescrizioni dietetiche

Intervista a Giampaolo Collecchia per parlare di raccomandazioni relative allo stile di vita e aderenza variabile ai suggerimenti del medico

Frequentemente il paziente non segue le prescrizioni del medico riguardo l’alimentazione: stabilire un piano terapeutico di trattamento dietetico che sia personalizzato, flessibile, condiviso e chiaro per il paziente, fare controlli periodici e instaurare un rapporto di fiducia sono alcune delle strategie che il medico può mettere in atto per facilitare l’aderenza alle prescrizioni dietetiche.

A colloquio con Giacinto AD Miggiano
Già Direttore UOC Nutrizione clinica e del Centro Nutrizione Umana, Policlinico Gemelli, Roma

In base alla sua esperienza di medico nutrizionista, è frequente che il paziente non segua le prescrizioni ricevute riguardo l’alimentazione?
Si tratta di un problema che purtroppo si manifesta con una certa frequenza. Per rispondere a questa domanda devo però allargare il discorso, spiegando che oggi il medico non prepara più una semplice dieta o un elenco di indicazioni di massima che comunica al paziente una volta per tutte, ma preferisce redigere un vero e proprio piano terapeutico di trattamento dietetico. Che cosa significa questo? Innanzitutto che c’è un momento iniziale in cui il medico prepara il piano, tenendo in considerazione le caratteristiche della persona che ha in cura, e lo spiega dettagliatamente al paziente. Dopo questo primo incontro, il paziente non è più abbandonato a sé stesso ma è invitato a eseguire dei controlli periodici. Il controllo periodico è fondamentale per due motivi: intanto per capire se il paziente ha qualche dubbio su alcuni aspetti della dieta che durante la prima visita non sono stati chiariti, in secondo luogo perché in questo modo il paziente si sente seguito e sa di poter contattare il proprio medico con una certa sistematicità. Tra l’altro oggi esistono tante possibilità per mettersi in contatto anche a distanza con il proprio curante. È proprio sulla capacità del medico di instaurare un rapporto di fiducia con il proprio paziente, mantenendo con lui un contatto periodico, che si gioca la disponibilità del paziente stesso a mantenere nel corso del tempo il rispetto delle indicazioni del piano dietetico studiato per lui.

Quali sono, a suo avviso, le ragioni che rendono problematico per una persona seguire le prescrizioni dietetiche del medico?
Una delle ragioni risiede nella complessità dei regimi dietetici. È molto importante semplificarli, dando consigli pratici e spiegazioni chiare alla persona che si rivolge al medico nutrizionista sul perché gli sono stati suggeriti alcuni alimenti e non altri. A questo proposito considero necessario offrire sempre delle sostituzioni e spiegare perché una sostituzione è da preferire rispetto a un’altra, non solo per il problema calorico-proteico, ma anche per l’effetto che i diversi alimenti hanno sul transito intestinale e sul senso di pienezza.
È utile spiegare che alcuni cibi, ad esempio il riso e la pasta integrali, anche se possono avere le stesse calorie, seguono processi di assimilazione differenti, per cui è possibile sia meglio prescrivere l’uno piuttosto che l’altra anche a due pazienti affetti dalla stessa condizione patologica, sia essa un tumore o una malattia metabolica o cardiologica, una volta considerato il quadro generale di quello specifico paziente.
Un altro fattore importante è quello del rispetto dei gusti e delle abitudini alimentari del paziente. È fondamentale indagarli attentamente nelle visite preliminari perché il non prenderli in considerazione è una delle ragioni che fa sì che un paziente non segua il regime dietetico prescrittogli. Per questo è indispensabile cercare di capire la persona che si ha di fronte, che stile di vita conduce, sapere come si è comportata fino a quel momento con il cibo che consuma e, se è affetta da qualche malattia, è importante conoscere il tipo di patologia per calibrare un piano personalizzato.
Due persone che hanno la stessa età, lo stesso peso, la stessa diagnosi in uscita dall’ospedale possono avere dei piani di trattamento simili ma non identici.

Quali consigli darebbe a un giovane medico nutrizionista per migliorare l’aderenza del paziente alle indicazioni alimentari?
Innanzitutto va detto che alcuni medici non nutrizionisti mostrano purtroppo poca attenzione verso la nutrizione, perché ancora oggi, a livello universitario, questa branca non è tenuta molto in considerazione.
D’altro canto i laureati in scienze della nutrizione a volte non comprendono completamente le esigenze di un soggetto affetto da una determinata patologia, per cui prescrivono delle diete o dei piani talmente precisi da risultare difficili da seguire nel tempo.
Io invito i miei giovani collaboratori ad assicurarsi che la persona che si rivolge a loro abbia capito le indicazioni: è importante che i pazienti comprendano che la dieta e un corretto stile di vita dovrebbero diventare parte della terapia, anche per ridurre l’utilizzo dei farmaci.
A volte vengono prescritte diete perfette sul piano teorico, usando un programma di calcolo per far tornare i conti al grammo, ma sicuramente difficili da seguire. Allo stesso modo non è sempre efficace dire al proprio paziente di seguire delle linee guida che sono uguali per tutti, perché ogni paziente ha bisogno della sua dieta personalizzata se vogliamo che la segua nel tempo.
Partendo dal presupposto che si deve prendere in considerazione se la persona soffra o meno di una patologia, consiglierei di mettersi nei panni del paziente, senza dare indicazioni eccessivamente restrittive sulle quantità di cibo da consumare. Certamente anche le grammature sono importanti, ma bisogna consentire al paziente una certa flessibilità. Allo stesso modo in linea di principio, tolti i casi di pazienti con allergie o intolleranze alimentari (condizioni in cui alimenti singoli sono da eliminare), non considererei nessun alimento vietato in assoluto. Tuttavia è importante chiarire alla persona che esiste una distinzione precisa tra gli alimenti consigliati, quelli permessi e quelli che, in condizioni particolari, sono proprio vietati.
Per migliorare l’aderenza del paziente alle indicazioni alimentari, è quindi consigliabile proporre cibi che già conosce, poiché la scelta tra un alimento e l’altro non è così rigida come può esserlo nel caso di un farmaco.
Quanto più la dieta è restrittiva, tanto più è difficile sia seguita nel tempo perché, ripeto, non siamo delle cavie di laboratorio, ma dobbiamo tenere presente l’aspetto sociale e dinamico della vita che conduciamo.

Tra uomini, donne, giovani e anziani qual è la categoria più disposta a seguire le prescrizioni del medico?
Gli anziani seguono meglio le prescrizioni rispetto ai giovani. Questi ultimi infatti, anche nelle scelte di questo tipo, sono spesso influenzati dai social media o da internet che, in certi casi, creano disinformazione poiché danno l’idea che lo stesso piano dietetico vada bene per tutti. Le donne sembrerebbero più disposte degli uomini a seguire le indicazioni dietetiche, ma non è facile generalizzare perché molto dipende dalle caratteristiche della singola persona.

È uscito recentemente sul Jama Oncology un articolo che parla di una ricerca fatta sui pazienti lungo-sopravviventi al cancro, da cui emerge che solo il 4% delle persone coinvolte in questo studio segue perfettamente le linee guida della ASCO. È un risultato che la sorprende?
Questo risultato non mi stupisce perché è in linea con quanto abbiamo detto fino ad ora, ossia che non esiste un piano di trattamento nutrizionale adatto a tutti i pazienti con la stessa patologia. Seguire un determinato regime alimentare non corrisponde al curarsi assumendo un farmaco o sottoponendosi a una chemioterapia, che devono essere simile per tutti, ma è qualcosa di soggettivo e che riguarda vari aspetti della vita di una persona: le sue scelte, il suo gusto, la reperibilità degli alimenti, il costo che hanno. Dire al paziente di seguire delle linee guida uguali per tutti è una scorciatoia che non riesce ad incidere sullo stile di vita del paziente.
Bisogna dedicare tempo alla stesura del piano di trattamento dietetico e dargli il giusto peso, perché sia davvero a misura di paziente. Per ottenere questo risultato, il piano deve essere frutto di un lavoro di équipe, che affronti anche il lato psicologico del paziente. Solo così si può sperare di ottenere un cambiamento nelle abitudini alimentari del paziente, che perdurino nel tempo.

Intervista a cura di Mara Losi

Specialista in nutrizione, dietetica e dei disturbi alimentari che colpiscono tutte le fasce d’età in varie condizioni fisiopatologiche, Giacinto Miggiano è stato Direttore del Centro di ricerca in Nutrizione umana della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dell’Unità Operativa Complessa di Nutrizione clinica della Fondazione Policlinico “Agostino Gemelli” IRCCS di Roma. Ha svolto attività didattica di Scienza dell’alimentazione e discipline correlate in vari corsi di laurea in Medicina e Dietistica e in corsi di specializzazione. Presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore è stato anche direttore del Master in Alimentazione per la salute, il benessere e lo sport e del Master in Dietetica e nutrizione.

 

In pubblicazione su CARE 4-5, 2024

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