Walter Ricciardi: la tecnologia nella gestione dell’emergenza pandemica

Ricciardi Covid-19

A colloquio con Walter Ricciardi

Professore di Igiene generale e applicata, Università Cattolica di Roma e Coordinatore della Task-Force voluta dal Ministero dell’Innovazione per valutare e proporre soluzioni tecnologiche data-driven per la gestione dell’emergenza

Lei è stato uno dei coordinatori della commissione di esperti voluta dal Ministero dell’Innovazione per valutare e proporre soluzioni tecnologiche data-driven per la gestione dell’emergenza. Quali sono i risultati che vi siete proposti di raggiungere?

La Commissione era composta da diversi gruppi di lavoro. Quelli che in qualche modo ho supervisionato più direttamente sono stati quello delle Tecnologie per il governo dell’emergenza, che si è occupato in particolare dell’individuazione di una App per il tracciamento digitale, e quello della Teleassistenza. Il primo gruppo, dopo aver vagliato centinaia di proposte, ha concluso i suoi lavori proponendo una serie di soluzioni che il Governo, per il tramite del commissario Arcuri, sta cercando di concretizzare. Anche per quanto riguarda la teleassistenza sono state analizzate, con un lavoro molto intenso, diverse centinaia di proposte e sono state selezionate alcune soluzioni che verranno messe a disposizione dei decisori regionali. La programmazione, l’organizzazione e la gestione delle cure sono infatti di competenza soprattutto delle Regioni. Il Ministero della Salute non ha un ruolo assistenziale. Concludendo, posso dire che i lavori sono stati molto intensi e con risultati molto positivi. Per questo voglio dire grazie a tutti quanti i componenti dei diversi gruppi di lavoro.

L’emergenza ha obbligato la politica a restituire un ruolo essenziale alle competenze scientifiche (come anche la composizione di questa Commissione mostra): quali dovrebbero essere a suo giudizio i rispettivi ruoli per il bene di un Paese democratico?

Sarebbe importante che non soltanto in una situazione di emergenza, ma anche in tempi normali e di pace ci fosse una collaborazione forte, una vera e propria alleanza, tra scienza e politica. Questo perché oggi il mondo è veramente complesso e pieno di sfide estremamente articolate. E quindi la politica– che naturalmente è quella che deve decidere perché, nelle democrazie, rappresenta il volere degli elettori – deve potersi orientare in questa complessità. Se nel caso di questa epidemia il bisogno di un orientamento proveniente dal mondo della scienza è palese, lo stesso vale nel caso di tutte le altre scelte che la politica deve fare. Si tratta infatti sempre di scelte difficili, che devono in qualche modo cercare di prendere in considerazione i punti di vista e gli interessi di tutti gli stakeholder. Quindi questo rapporto deve essere qualcosa di consolidato e di strutturato. E abbiamo visto che vanno molto meglio i Paesi in cui questa collaborazione è più forte e quelli nei quali le commissioni tecnico-scientifiche sono più poderose e più finanziate, ai cui vertici sono scelte persone con una chiara ed evidente meritocrazia. Persone, quindi, che hanno dimostrato sul campo di poter supportare i politici. Credo che in Italia questo percorso sia stato abbracciato nel passato a correnti alternate. Spero che questa esperienza ci insegni che lo dobbiamo coltivare in maniera stabile.

L’importanza di una digitalizzazione veloce e sicura dei percorsi di cura è emersa con forza in questo periodo in cui il distanziamento sociale è la regola d’oro a tutela del singolo e della collettività. A suo parere, la presa di coscienza di questo porterà a una accelerazione della digital health in Italia con risorse dedicate e piani di sviluppo ben strutturati?

Io spero di sì. Diciamo che quanto è successo è una chiara dimostrazione della necessità di queste nuove tecnologie e del bisogno espresso sia dalle persone sia dal sistema di utilizzarle. Questa trasformazione della sanità deve avvenire senza perdere di vista l’importanza del rapporto medico-paziente, perché il rapporto tra queste due persone rimane il suo fulcro ineludibile, e grazie all’arricchimento di strumenti tecnologici che, se messi a disposizione di questa relazione umana, possono essere veramente straordinari. Dobbiamo anche interrogarci – io lo farò in uno studio che ho da poco avviato con il mio gruppo – su quali siano i costi della mancata tecnologia perché non c’è dubbio che alcuni Paesi ce l’hanno dimostrato. La Corea del Sud e Israele sono i Paesi in cui la tecnologia digitale è stata immediatamente utilizzata per tutti gli obiettivi, sia quelli del tracciamento dei contatti ma anche quelli dell’assistenza. Se avessimo avuto immediatamente disponibili tecnologie analoghe anche in Italia probabilmente avremmo letteralmente salvato molte vite.

Quanto è importante, in un mondo sempre più interconnesso e globale, che le azioni intraprese a livello di singolo Paese, in termini ad esempio di sviluppo e/o sfruttamento delle tecnologie per monitorare e arginare il contagio, siano condivise e concertate?

Lo scambio di informazioni che sta avvenendo tra i governi, gli scienziati e le comunità in tutto il mondo, per quanto molto impegnativo e a volte anche molto faticoso, è assolutamente necessario e va continuato. È anche la prima volta che si verifica su scala così ampia, perché di fatto è favorito da strumenti tecnologici che in passato non esistevano. Credo però che, per quanto noi possiamo e dobbiamo sforzarci di rafforzare la cooperazione e il coordinamento internazionale, rimanga la necessità di prendere decisioni forti e rapide a livello nazionale e, nei Paesi come il nostro, anche a livello regionale e locale.

Uno dei temi più caldi, con riferimento allo sviluppo di strumenti digitali di tracciamento e controllo, è quello della privacy. È possibile conciliare la priorità di salute pubblica con il rispetto della privacy dell’individuo? E più in generale, a Suo avviso, qual è il confine etico che andrebbe, comunque, rispettato in un Paese democratico?

Sicuramente non è facile conciliare questi due aspetti nei Paesi democratici. E in effetti stiamo vedendo che tutti i Paesi democratici sono molto in difficoltà nel trovare un punto di equilibrio. A volte addirittura non ci riescono o comunque il ritardo con cui prendono le decisioni, come nel caso Germania, è emblematico di questa difficoltà. C’è un Paese – democratico naturalmente – che in questo momento sta un po’ forzando la mano e sta dando una dimostrazione che in certi casi va privilegiata la salute pubblica. La scelta che l’Inghilterra sta facendo sulla centralizzazione della app per il tracciamento dei contatti basata addirittura sulla geolocalizzazione, cosa che è stata esclusa da tutti gli altri Paesi, ci fa capire che quando c’è una necessità forte, come quella che sta vivendo in questo momento la Gran Bretagna, balzata al comando della triste classifica dei morti, si possono sacrificare le esigenze legate alla privacy. Credo che anche noi dobbiamo percorrere una strada analoga, cioè quella di non anteporre a tutto il rispetto della privacy, rischiando di far dilagare l’epidemia, ma di cercare un compromesso che naturalmente implica un passo indietro su entrambi i fronti. Non possiamo certamente pensare di creare un grande fratello sanitario, che entra nella vita delle persone, ma neanche di elaborare strumenti tecnologici che poi non servono a niente o servono a poco. Di fatto sono soltanto degli strumenti, che però poi non raggiungono il risultato. È un compromesso difficile, che però dobbiamo raggiungere.

In pubblicazione su CARE 2020, numero 1/2

La videointervista

Digital health e rispetto della privacy nella pandemia
A colloquio con Walter Ricciardi