Cronicità tra modelli regionali e patient engagement

Cronicità e patient engagement

L’assistenza alle persone con malattie croniche è una vera e propria emergenza. Si moltiplicano gli studi che, a livello internazionale, cercano di mettere a fuoco le strategie assistenziali più efficaci ed efficienti per migliorare la qualità delle cure e i loro esiti. Basti osservare l’andamento del numero di pubblicazioni sul tema uscite su periodici indicizzati da Medline/Pubmed per avere immediatamente il quadro dell’attenzione della comunità medico-scientifica per questo argomento.

 

 

Se ne è discusso anche al forum Risk management di Firenze con approfondimenti specifici su alcune patologie – dallo scompenso cardiaco alla malattia di Parkinson – e con sessioni congressuali dedicate invece a fare il punto sul problema con uno sguardo più complessivo attento agli aspetti metodologici trasversali.

Le Regioni stanno muovendosi anche se con velocità diverse e, per certi aspetti, con programmi non sovrapponibili. Come ha recentemente spiegato Renato Botti, direttore generale della Sanità della Regione Piemonte in un’intervista, “siamo di fronte a un cambiamento sistemico dell’approccio alla cura che richiede un lavoro rilevante di verifica delle organizzazioni, verifica degli approcci culturali e un coinvolgimento di tutti gli attori coinvolti”. Un cambiamento che richiede un capovolgimento dell’ottica con cui fino a oggi è stata governata l’assistenza al malato cronico: da un sistema ‘a sylos’, nel quale la gestione del paziente acuto era di fatto quasi totalmente separata da quella della persona presa in carico dalla medicina generale, è necessario passare a una visione longitudinale che riconsideri e faciliti “tutti i processi, compresi i sistemi e flussi informativi. Anche questi – e in Italia sono tanti e di eccellente livello – sono di norma articolati per livello assistenziale – l’ospedaliera, la specialistica, la farmaceutica e così via -, e si fa molta fatica a incrociare i dati”.

Non sono pochi i problemi anche di ordine pratico e i nodi da sciogliere. Basti pensare a quelli connessi alla riservatezza dei dati, con la presenza sempre più pervasiva della telemedicina. “Sui sistemi informativi – sottolinea Botti – c’è la necessità di definire con il Garante della protezione dei dati personali un accordo strategico affinché si possano utilizzare, con logiche di ‘governance istituzionale’ e nel rispetto dell’anonimato, i dati disponibili per classificare effettivamente la popolazione nelle sue categorie di rischio-bisogno; altrimenti, con ogni probabilità faremo fatica ad attuare anche la prima fase prevista dal piano delle cronicità”.

Una delle condizioni perché i diversi progetti di revisione dell’assistenza alla cronicità abbiano successo è nella capacità di coinvolgere i cittadini: “Il sistema sanitario non sembra adeguatamente attrezzato per gestire i ‘nuovi’ utenti dei servizi e prodotti sanitari che offre”, commenta però Walter Ricciardi presentando un libro di Guendalina Graffigna e Serena Barello, dell’Università Cattolica di Milano, di imminente pubblicazione. “Utenti che ricercano informazioni, che comparano, che valutano, che selezionano, che si comportano in modo crescente da protagonista, da attori attivi del sistema, che agiscono, cioè, da consumatori. Nel mondo degli affari, da decenni si parla di consumer engagement, alla ricerca di nuove strategie per coinvolgere il cliente, creare esperienze migliori e rafforzare le relazioni, il tutto finalizzato a migliorare i risultati. Finalmente anche il settore sanitario adesso sta riconoscendo che per crescere e avere successo in un mercato competitivo non si può prescindere dal patient engagement, in termini di informazioni, qualità, accesso, e accountability” .

“Il patient engagement – prosegue Ricciardi – è ormai in rapida crescita ed è diventata una parola d’ordine nel settore sanitario. Ci sono innumerevoli articoli, blog, studi e forum dedicati al tema, che è stato etichettato come ‘il farmaco di successo del secolo’. Alcuni ritengono che il futuro della sanità sia stato in gran parte modellato dall’evoluzione del patient engagement. Altri hanno sostenuto che non esiste iniziativa che potrà avere un impatto più significativo nel miglioramento degli outcome di salute e nel ridurre i costi in sanità.”

Carlo Rossi

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