Continuità assistenziale e assistenza integrata: evoluzione dei termini e dei modelli

Più un’idea è ‘rivoluzionaria’ – richiedendo una rottura da schemi o paradigmi consolidati – più è di difficile attuazione. Anche per questo i risultati iniziali sono spesso modesti. Per mantenerla viva e non relegarla all’oblio del fallimento, si tende a cambiarle il nome, sperando di rinnovare – insieme al vocabolario – anche gli entusiasmi.

Rivisitare l’evoluzione nel tempo di un’idea è un altro modo – forse più trasparente – di valorizzarla, apprezzandone le diverse sfumature, notando come queste vengono abbandonate e poi riprese, riconoscendo in questa dinamicità anche le influenze delle nuove prospettive che emergono nel contesto di riferimento. È quanto fanno gli autori dell’articolo pubblicato su Family Practice che, focalizzandosi sull’idea della continuità assistenziale, ripercorrono l’evoluzione nel tempo dei modelli proposti per fronteggiare un problema diffuso nei sistemi sanitari occidentali: il trasferimento dell’impegno sanitario e assistenziale dalle persone in stato acuto a quelle affette da condizioni croniche e multiple.

L’articolo [PDF: 85 Kb]

Supplemento a CARE 3, 2013

Fonte: Uijen AA, Schers HJ, Schellevis FG, van den Bosch WJ.  Family Practice 2012; 29: 264-271

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