Lo studio pubblicato sul BMJ presenta i risultati di una valutazione sulle metanalisi con evidenza randomizzata realizzate sia nei Paesi sviluppati che in quelli meno sviluppati per analizzare le possibili differenze nei trattamenti e negli esiti, cercando di capire se tali differenze sono dovute a contesti diversi e se sono il risultato di bias specifici o di differenze ‘strutturali’.

Due articoli pubblicati su Jama e British Medical Journal rilanciano l’idea di condividere i dati raccolti nell’ambito delle sperimentazioni cliniche per rispondere a quesiti clinici e di ricerca. Un argomento di attualità, considerati i numerosi articoli pubblicati nel corso degli ultimi anni dalle principali riviste biomediche e dalle conversazioni che avvengono sui social network (uno degli hashtag più usati è proprio #openscience).

I programmi di eradicazione condotti in passato insegnano che se da un lato sforzi aggressivi iniziali determinino notevoli riduzioni dell’incidenza della malattia, dall’altro paradossalmente aumentano il rischio di rifiuto del vaccino. Solo impiegando risorse umane e finanziarie in modo costante, l’ambizioso traguardo di eradicare alcune patologie può essere veramente raggiunto.

Le linee guida basate sull’evidenza si basano sui dati clinici disponibili, il cui più alto livello di evidenza è assegnato ai trial randomizzati, che hanno criteri di inclusione e di esclusione tali da arrivare a una significatività statistica e clinica. La medicina personalizzata, al contrario, si riferisce alla creazione di terapie mediche specifiche per le caratteristiche individuali del paziente. Due approcci filosofici in apparente contrasto, che hanno entrambi meriti ma che, come avvertono i ricercatori statunitensi su JAMA, possono generare priorità differenti…