Rigore nell’impiego delle risorse e salvaguardia del sistema di tutela della salute

A colloquio con Nerina Dirindin

Nei momenti difficili, come quello dell’attuale crisi economica, la sanità non può sottrarsi al dovere di recuperare ogni possibile risorsa per migliorare l’assistenza alle persone. L’importante è agire per spendere meglio, garantendo tutto e solo ciò che effettivamente serve alle persone, perché questo porta anche a spendere meno.

L’intervista [PDF: 298 Kb]

Da CARE 4, 2012

A colloquio con Nerina Dirindin, Università di Torino e Coripe Piemonte

È tempo di riconsiderazione della spesa sanitaria. È comprensibile che la spending review crei allarme; d’altra parte desta sorpresa che la valutazione di appropriatezza finisca con l’essere considerata un evento eccezionale al quale ricorrere per fronteggiare la crisi. Cosa manca per dare continuità a una maggiore ‘prudenza’ nella spesa sanitaria?

In primo luogo è utile richiamare la recente affermazione della Corte dei Conti (Rapporto sul Coordinamento della Finanza Pubblica, 2012): “È indubitabile che quella sperimentata in questi anni dal settore sanitario rappresenti l’esperienza più avanzata e più completa di quello che dovrebbe essere un processo di revisione della spesa (spending review)”.

Il settore sanitario ha già fatto molto nella direzione della revisione della spesa, sicuramente più di qualunque altro settore della Pubblica Amministrazione in termini sia di disciplina di bilancio sia di monitoraggio delle attività. E ciò è avvenuto prima dell’eccezionale emergenza imposta dall’attuale crisi economica.
Molto resta tuttavia ancora da fare. Per questo la sanità non può sottrarsi al dovere di recuperare ogni possibile risorsa, utile per migliorare il funzionamento del servizio e l’assistenza alle persone. Il rischio è invece che, di fronte alle pressanti esigenze di finanza pubblica, si proceda drasticamente a una riduzione lineare della spesa, interrompendo un percorso che in molte Regioni aveva fatto leva sulla qualità e sull’appropriatezza delle cure.
Eppure molto potrebbe essere ancora fatto rafforzando tale percorso, valorizzando la professionalità degli operatori e liberandosi della logica passiva del mero contenimento dei costi.

L’imperativo dovrebbe essere spendere meglio e non semplicemente spendere meno. Può sembrare paradossale, ma spendere meglio, ovvero garantire tutto e solo ciò che effettivamente serve alle persone, porta anche a spendere meno. A tal fine è fondamentale evitare di concentrarsi solo sui risparmi possibili attraverso l’abbattimento dei costi di acquisto di beni e servizi: il problema è comperare solo ciò che serve (ovvero ciò che è di efficacia dimostrata, è utilizzato in modo appropriato e ha il miglior rapporto costo/efficacia); guardare solo al prezzo di acquisto può indurre ad acquistare a buon prezzo ciò che in realtà non serve.

L’obiettivo di maggiore appropriatezza può essere raggiunto solo con una revisione delle spese non essenziali o anche con maggiori investimenti, per esempio in formazione efficace del personale sanitario e informazione indipendente ai cittadini?

La revisione della spesa dovrebbe necessariamente comportare (anche) una riallocazione delle risorse. La richiesta di contribuire al risanamento del bilancio pubblico è comprensibile in un momento del tutto eccezionale, ma la revisione della spesa sanitaria non può essere fatta senza prevedere il potenziamento di alcuni interventi in grado di accompagnare il cambiamento culturale necessario per il buon esito del percorso.

È necessario agire su due fronti. Da un lato dismettere (secondo la logica del disinvestment) quanto non produce salute e dall’altro promuovere comportamenti sobri e consapevoli da parte di operatori, cittadini e industria. È inoltre indispensabile avviare un piano straordinario di investimenti, ma questo riguarda la spesa in conto capitale di cui ora non si parla.

Anche i dati OSMED 2011 confermano che l’assistenza a chi soffre di malattie cardiovascolari e metaboliche è l’impegno maggiore per il SSN. È questa un’area in cui servirebbe un approccio integrato tra medicina specialistica, medicina generale e nursing, anche domiciliare: ‘ai tempi della crisi’ può esserci spazio per darsi obiettivi di ampio respiro o si deve necessariamente guardare a un domani ravvicinato?

La crisi può essere un’opportunità se è l’occasione per interventi di ampio respiro e lungimiranti, che non si limitano a tamponare la falla, ma tentano di risolvere i problemi all’origine. Per questo sarebbe necessario un ampio dibattito su come rendere compatibili la salvaguardia del sistema di tutela della salute (universale, globale, solidale e integrato) con il rigore nell’impiego delle risorse scarse.

Ancora sui ‘problemi del cuore’. In questo, come in altri ambiti, è ormai evidente come la qualità di vita delle persone ammalate possa giovarsi più di interventi a carattere sociale che di prestazioni sanitarie. Non sarebbe il caso di pensare con maggiore determinazione a strategie multidisciplinari rilanciando un welfare che abbia la persona al centro in un’ottica di pluralità (oltre che di universalità) delle cure?

L’attuale sistema sanitario deve necessariamente attivarsi per avviare una forte alleanza con il sistema socio-assistenziale. Sempre più frequentemente, infatti, le inadeguatezze del sistema sanitario sono frutto della sua incapacità di integrarsi sul territorio con quel sistema di servizi sociali che può non solo contribuire a migliorare il benessere delle persone, ma soprattutto valorizzare gli interventi sanitari moltiplicandone le ricadute positive sugli assistiti.

Fortunatamente, il settore sanitario sta sempre più, e non senza qualche resistenza, assumendo consapevolezza della necessità di garantire non solo buoni interventi sanitari, ma anche una forte integrazione con i servizi sociali, con il terzo settore, le comunità locali.

L’alleanza fra sociale e sanità è infatti vantaggiosa per tutti: consente di moltiplicare gli effetti della spesa pubblica per il welfare, offre al sociale un alleato con grande peso sui decisori, offre alla sanità la possibilità di allentare le pressioni sulle sue strutture (spostando parte degli interventi sul sociosanitario).

L’esperienza di alcune Regioni sulla non autosufficienza va in questa direzione: il potenziamento dell’offerta a favore degli anziani ha coinciso non solo con il miglioramento della qualità delle risposte assistenziali, ma anche con il contenimento di quella parte della spesa sanitaria con funzioni di supplenza della spesa sociale. Non è da sottovalutare infine il ruolo che le politiche sociali possono svolgere in termini di creazione di posti di lavoro, attualmente fortemente penalizzata dalle restrizioni sui servizi sociali (enti, cooperative, associazioni, etc.) e in parte anche in sanità.

Qualsiasi analisi di tipo ‘geografico’ ‑ come anche, purtroppo, la lettura dei quotidiani ‑ mette di fronte ad una ‘emergenza legalità’ in ambito sanitario. Quali sono i motivi di questo nodo tra salute e criminalità? Da dove ripartire? Che valore può avere il sottolineare le micro-innovazioni portate avanti nel quotidiano?

 L’integrità del sistema richiede una costante attenzione nei confronti del rischio di contaminazioni da fenomeni di abuso di potere, corruzione e criminalità, non tollerabili all’interno di un settore che deve farsi carico di chi sta sperimentando momenti di malattia e disagio. Più attenzione alla legalità, alla trasparenza, al rigore è indispensabile in un sistema sempre più esposto a condizionamenti, a livello sia locale sia nazionale.

Un surplus di impegno è necessario in ambiti quali l’acquisto di beni e servizi, la gestione dell’accreditamento, le politiche del personale e l’utilizzo del territorio, affinché il prevalere di ambizioni individuali e private non conduca a scelte a danno della collettività.

Particolare impegno va inoltre riservato al rischio di una crescente presenza all’interno del settore sanitario della criminalità organizzata, infiltrata attraverso il sistema degli appalti, nell’edilizia sanitaria così come nella fornitura di servizi (pulizia, ristorazione, smaltimento rifiuti, ecc.). La politica delle esternalizzazioni, spesso necessaria e per lo più illusoria (quanto a contenimento della spesa), ha di fatto prodotto risultati molto modesti in termini di efficienza (anche in ragione della scarsa capacità delle Aziende sanitarie di sottoscrivere adeguati contratti di fornitura), ma ha purtroppo esposto il settore alla penetrazione di organizzazioni a rischio di comportamenti illeciti (dal rispetto dei contratti di lavoro, alla corruzione e al riciclaggio).

One comment

Partecipa alla discussione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *